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Cinema & Teatro, Luciano Odorisio

“Carmelina, dove sei a mammà, Carmelinaaa…”

“- Donne, è arrivato l’arrotino… l’arrotino accomoda ombrelli… donne, è arrivato l’arrotino… –

    – Pesce vivo, sapore di mare, vivo, pesce che parla… –

    – Pizza napoletana… napoletana verace vera… a Napoli se la sognano comm’a facc’io… –

    Voci voci voci.

    Lontane insistenti fastidiose.

    – Carmela… Carmelina a mammà, vieni, ti vogliono al telefono… Carmelinaaaa… dove sei, a mammà, vieni che ti vogliono al telefono… –

    Vicine aggressive petulanti.

    – Friarielli freschi freschi…lambascioni… indivia già lavata e capata, broccoletti siciliani…friarielli… –

    Voci garrule di bambini che si rincorrono come rondini nel cielo, felici inconsapevoli del mondo che li aspetta, tana libera per tutti.

    Voci svogliate di chi parla senza più crederci, voci a perdere di chi non ha più nulla di cui parlare.

    Clacson rumori suoni odori, bancarelle scoperte, coperte, tendoni rappezzati, gabbiotto edicola con don Pasquale che ogni tanto si appisola, qualcuno chiede l’elemosina, in una via stretta e lunga, anch’essa sgarrupata, con un’architettura barocca dalle forme ridondanti, meridional napoletana, dai balconi con ringhiere bombate in ferro lavorato.

    Colori dal giallo oro al rosso mattonato sui muri scrostati, cornicioni pencolanti.

    All’ingresso di un angusto negozio di cartoleria che odora di settembre, di ritorno a scuola, di gomme da cancellare e di matite e di quaderni nuovi e di colla di libri ancora da sfogliare, “Sorelle  Nardi”, una girandola di plastica con 6 foglie variopinte aspetta con pazienza un alito di vento per dare un senso alla sua vita inerte.

    Il mercatino.

    Non c’è donna che non si segni, sia pur frettolosamente, passando sotto un sopportico basso, puntellato da sostegni in legno per pericolo crolli, dove all’angolo c’è una un’edicola votiva dedicata a Padre Pio, in una nicchia nel muro.

    In un piccolo spiazzo a ridosso di un caseggiato si è sistemato Giggino con la sua pizzeria improvvisata sull’Apetta.

     “Da Giggino ‘O Pizzaiolo”.

    Cottura a terra su pietra, da dove si alza un fumo denso.

    Lì accanto anche un cestello per friggere i calzonetti.

    Profumi di origano basilico e puzza di fritto.

    Il pizzettaro sta lavorando una sottile focaccia con la maestria degna di un giocoliere cinese.

    La batte ben bene sulla ribaltina, la sforbicia in aria per far scena, la mette a cuocere mentre ne prende un’altra già cotta, ci schiaffa sopra pomodoro origano basilico e un filo d’olio, la ripiega in due, ecco la pizza napoletana, incartata e offerta in mano al cliente pronta da mangiare.

    Vespe, motorini, biciclette.

    Un carretto trainato da un somarello ottuso che trasporta cassette e damigiane si blocca improvisamente in mezzo alla via creando un gran parapiglia tutt’intorno e l’irritazione del cafone ottuso che lo guida.

    Caos.

    Il somarello si è impuntato. Ha deciso di ribellarsi, così, di punto in bianco, forse avverte anche lui l’aria nuova che promana da piazza della Trinità.

    Urla, incitamenti a liberare il passo, minacce, brutte facce mostruose di umani che si agitano davanti ai suoi occhi gli fanno paura, lo terrorizzano.

    Ma cerca di resistere puntando cocciutamente le zampe.

    Sfiancato da sacchi pesanti di legna anche sul dorso, non ne vuol più sapere di andare avanti, di faticare per gli altri.

    Il cafone ottuso lo strattona.

    Il somarello ottuso resiste.

    Lotta titanica fra i due ottusi.

    Ambedue ragliano.

    Il cafone cerca di avere la meglio:

    – Ih ooh, uh-uh!, oooh-oh!…ih, ho!… –

    Il somarello resiste impavido, ora o mai più!

    – Ih oh, ih oh, ih ho!! –

    Alla fine la spunta chi dei due ottusi ha il bastone… il cafone!

    Questa è la triste storia del somarello proletario che si era illuso di potersi scrollare di dosso il peso che porta da una vita.

    Per un attimo ha assaporato quella sensazione di leggerezza che gli dava la libertà quando era ancora piccolo.

    Ma il Dio dei somarelli, un Dio cattivo e rancoroso, gli ha assegnato quel compito, lo ha destinato a subire, servendo il suo padrone, senza dargli alcuna possibilità di scelta.

    Questa è la sua vita, non può cambiarla.

    Prima di rimettersi in marcia viene attratto da un nugolo di mosche scioccherelle che lo molestano spesso nei suoi viaggi, appollaiandosi sul muso, sulle zampe, tormentandolo.

    E le invidia, mosche felici e allegre libere di scagazzare qua e là dove vogliono, beate loro.

    Da oggi in poi saranno le benvenute, sognerà di poter volare anche lui con loro in piena libertà.

    Da oggi in poi sognerà di essere una mosca e cacare finalmente in testa a quel somaro ottuso del suo aguzzino.

    Galline zompettano vanitose in mezzo alla strada dove serpeggia un rivolo d’acqua proveniente da chissà quale scolo, attente a non bagnarsi le zampette, con quell’aria sussiegosa di chi pensa di essere immortale.

    Un postino parcheggia la bicicletta proprio sotto la nicchia che ospita padre Pio, così il santo ci dà un occhio e non se la fregano, ed entra in un portone:

    – Postaaa… postaaa… –

    Due ragazzini si divertono a zigzagare fra le bancarelle su un monopattino quattro assi di legno su cuscinetti a sfera, un muraletto inchiavardato con viti ad occhiello per lo snodo e un manubrio fatto con un vecchio manico di scopa.   

    Nello slalom fra banchetti e banconi perdono l’equilibrio finendo dentro una tinozza piena di lupini dove la “verdummaia” Rosina ci piscia per renderli ben saporiti e salati al punto giusto.

    – Carmelinaaa, dove sei a mammà… Carmelinaaa… Carmelì, al telefono c’è un signore che ti vuole…  – torna a farsi sentire quella voce lontana, accorata, cantilenante stonata, che proviene da una finestra dell’agglomerato di case casette azzeccate l’una sopra e dietro l’altra come in un dipinto di Rosai.

   Un richiamo a sfinimento.

    E sfinita è anche la voce di un’altra popolana che le risponde dal caseggiato di fronte.

    – A signò, faceteci la grazia… se ‘sta cazzo di Carmelina non si trova, dite a quel signore di richiamare più tardi, gentilmente, oppure che lo richiama Carmelina stess’ quando la ritrovate… –

    – E tu i cazzi tuoi non te li fai mai? – risponde piccata la madre della desaparecida.

    – Eccome se me li faccio, ma non mi voglio fare pure i cazzi vostri e di vostra figlia Carmelina e del signore al telefono! -“

Stralcio da “Il paese che non c’era” di prossima pubblicazione.”

(continua)

Intanto…

Claudio Trionfera per Maxim: “Luciano Odorisio non è uno scrittore ma un regista di fine sensibilità e passione. Tuttavia in questo suo libro riesce a dimostrarsi scrittore con le medesime caratteristiche del cineasta. Coinvolgendo e divertendo, soprattutto accendendo la memoria fino a provocarla e, in qualche modo, a tormentarla quando il ricordo si fa strada senza fatica in una beata gioventù fatta di eventi, flash, personaggi e sensazioni.” (continua)

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