Luciano Odorisio

«Fatt’li cazza te’!» mi gelò il tozzo…

“Erano i primi biliardini con le sagome in legno.

Io alla difesa e Marcello all’attacco eravamo una coppia

d’acciaio.

Il locale era frequentato da molti ragazzi ma a quell’ora prevalentemente

da muratori in pausa pranzo.

Muratori con la faccia da muratori, le mani da muratori, atteggiamento

da muratori, copricapo a barchetta rovesciata di foglio

di giornale, alla Ladri di biciclette, per intenderci.

Tipi con i quali si poteva solo giocare, scambiare quattro chiacchiere

era difficoltoso e rischioso, erano molto più grandi di noi.

Parlavamo lingue diverse, da parte loro solo grugniti, grugniti

abruzzesi, per giunta.

La coppia che sfidavamo era già lì, pronta.

Il primo, basso e tozzo, Giuvann’, un uomo quadrato, restava

in canotta pure se fuori nevicava, era caloroso, soprattutto dopo

essersi fatto mezzo filoncino di pane croccante tipo baguette con

mortadella e provolone piccante o porchetta, a volte ventricina e

provolone, sempre piccante, vino rosso a volontà.

L‘altro, mingherlino alto-alto, Pasqualino, tirava sempre su col

naso, ci teneva al suo cappellino di carta che portava maliziosamente

a tre quarti come le bustine dei militari, e ogni gol che subiva

si passava velocemente un dito sotto il naso con espressione

stupita, a voler dire “Porca madosca, questa non me l’aspettavo!”

a detergere velocemente, quasi un tic, il sudore che non c’era.

Tra i due, il mingherlino era quello che faceva meno paura, diciamo

che lui era l’intellettuale, l’altro invece era tutto un ringhio,

una specie di doberman fatto uomo e beveva troppo, a mio

parere.

Quel giorno mi permisi di dirgli, a mezza bocca, che il vino

forse poteva rallentare i riflessi.

Lui mi guardò di traverso muovendo le froge del naso piatto

sformato.

«Fatt’li cazza te’!» mi gelò e quella volta fui io a tirar su col

naso.

“’Azz!” pensai.

Marcello ci mise il carico dandomi di gomito.

«Ha ragione, fatti i cazzi tuoi!»

Diventai rosso come un peperone e quando il tozzo si mosse,

arretrai di scatto, per paura di un manrovescio, ma mi ero sbagliato.

Il doberman si rivolse al mio amico:

«Non ci sta abbisogno che tu mi aiuti, sei capit’?» gli mugugnò

con le labbrone lucide dell’ultima sorsata di vino.

«Ma io…» farfugliò Marcello che invece voleva solo ingraziarselo

e l’altro bloccandolo con una piega amara di rivincita:

«Zitto e joca!»

(Continua)

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