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Eco d'Abruzzo, Luciano Odorisio, Politica

L’Aquila: quella notte la terra tremò…

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SONO DIECI anni ormai. 

I miliardi sono arrivati: il sito dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila (Usra) riferisce di 5,6 miliardi per la ricostruzione privata (3,6 erogati). Parla di 2,2 miliardi (1,4 erogati) destinati a 1.038 interventi per la ricostruzione pubblica.

Non si può dire che L’Aquila sia stata lasciata sola, ma non tutto è chiaro o scuro come le ombre taglienti nei vicoli del centro storico. 

C’è tanto grigio. Molte case sono state recuperate, eppure intere strade tra San Pietro e San Domenico sono come nell’aprile 2009. E poi: ovunque nascono locali, ma trovare un negozio di alimentari o un ufficio pubblico (Comune, Prefettura, scuole, Asl) è un’impresa. 

La ricostruzione pubblica è al palo. I luoghi dove i cittadini si ritrovano sono ancora sparsi per le periferie. Il centro è vuoto. Lo vedi dal camminare un po’ perso della gente, in una città senza orari, senza un ritmo. 

CATTEDRALI E NEW TOWN. 

Clic. Gli studenti si fanno selfie nella grande piazza rettangolare che sembra il ponte di una nave in mezzo all’onda dei crinali. 

Alle spalle hanno il duomo, o meglio la facciata. Perché dopo dieci anni i cantieri dell’edificio simbolo sono ancora lì, e diventano essi stessi un simbolo. Come le new town. 

Chi c’era all’Aquila nel 2009 lo ricorda. Silvio Berlusconi accolto da ovazioni della gente. Guido Bertolaso che pareva Padre Pio. Ora il primo è un leader in declino, il secondo è il simbolo di una stagione da dimenticare. 

All’Aquila, però, in molti hanno un’idea più articolata: “Ricordiamoci cos’era la nostra città: macerie. C’erano 65mila sfollati. E le new town furono un primo rimedio. 

Certo, senza pianificazione erano destinate a diventare un dormitorio”, racconta Enrico Stagnini, che guida l’attivissimo circolo di Legambiente. Una voce critica, ma lucida: “Il problema è stato il dopo: una volta salvata la gente, bisognava salvare la città”. 

È mancato qualcosa tra emergenza e ricostruzione. 

Bisogna ricordarli quegli anni: la popolazione che voleva restare (anche se si sono persi quasi 10mila abitanti), ma non trovava più la sua città. Il tribunale, che oggi è un palazzo nuovo e scintillante, era finito nei container in mezzo ai prati. 

Le scuole erano (e sono tuttora) sparse ovunque e i ragazzi il sabato si incontravano nei centri commerciali. Sempre lo stesso errore: pensare che le città siano solo pietra. 

Troppo facile, oggi, dire “maledette new town”. 

Puntare il dito sul miliardo speso per realizzarle e lasciarle cadere a pezzi. 

Basta andare a Cese di Preturo: decine di case abbandonate. I balconi che cadono. Ma, dove ormai vivono piccioni e gatti, trovi abitazioni in perfetto stato. Mobili e infissi di pregio, tutto lasciato al vento. 

A Sassa e a Coppito la gente ci vive ancora, lo vedi solo dai panni stessi. Nient’altro. Eppure nelle new town ci abitano 10mila persone (erano 20mila). Provvisori a vita. 

Nemmeno un bar dove ritrovarsi e sentirsi ancora città. Per quanto ancora? Nessuno lo sa. Nemmeno il sindaco. 

Dopo Massimo Cialente (Pd), che affrontato il terremoto è tornato a fare il medico, è toccato a Pierluigi Biondi che viene da Casapound. 

Il problema lo conosce perché vive in un prefabbricato. Eppure, ammette, “le new town sono provvisorie, ma potrebbero restare. Quando gli sfollati saranno rientrati a casa, potranno ospitare altre persone”. 

Il guaio, spiega il sindaco, “è che è mancato l’approccio urbanistico. Si è affrontata l’em e rgenza, ma si è persa l’occasio – ne della ricostruzione”. 

Perché i soldi c’erano, anche se sono arrivati tardi ed era difficile avviare i progetti: “I 18 miliardi sono disponibili”. Nel dubbio le new town sono lasciate alle erbacce. 

LE VILLETTE DIMENTICATE 

Ma c’è un’altra città cresciuta nei prati intorno al centro. Così, senza ordine, senza pianificazione. Qui negli anni dopo il terremoto sono comparse le ‘villette’. Quante? “Tremila, forse quattromila”, allarga le braccia il sindaco. Dovevano essere edifici provvisori di 95 metri quadrati al massimo. 

È finita con un fiorire di villette squadrate, alte anche tre piani. Abitazioni di emergenza e seconde case. Vaglielo dire tu agli abitanti – 10mila persone e altrettanti voti – di abbatterle. Quartieri sulla faglia. “Guardate la mappa del 1939. Qui c’è una faglia”. Antonio Moretti insegna geologia all’università. 

Lui lo diceva già dieci anni fa: “Hanno costruito quartieri come Pettino proprio sulla faglia”. Lì dove ci sono stati morti e palazzi spaccati come cocomeri. E dopo il disastro? Pettino è di nuovo lì. 

Come prima, la stessa periferia sconclusionata. Ma anche la faglia è sempre lì. E anche Moretti: “Immagino che i palazzi siano a norma. Ma i limiti prevedevano un’accelerazione di picco di 0,3 g., mentre nel 2009 siamo arrivati a 0,7”. Difficile dire cosa ne sarebbe della nuova Pettino se arrivasse un sisma. “Quando vado a dormire – racconta Alessandro Tettamanti, giornalista e performer – ho ancora paura”. 

ONNA COME POMPEI 

I condomini rinati, i borghi dimenticati. Avvertivi una violenza, dieci anni fa, camminando tra le case squarciate. Vedendo le stanze aperte agli sguardi di tutti, denudate. 

Rieccoti oggi nella piazza di Onna: a destra la chiesa restaurata dai tedeschi e a sinistra le rovine. È una Pompei dove trovi ancora i bicchieri riposti nelle cucine senza muri. Nessuna voce a parte quella di Giustino Parisse, testimone e custode del paese: “Vedi quell’albero – ti dice indicando una casa spaccata a metà – lì c’era il mio mondo”. C’è un vuoto adesso dove dormivano i suoi figli. 

E non serve a niente dirgli che non è colpa sua se quella notte, rassicurato dalle autorità, li aveva lasciati nella loro camera. Onna –come Paganica o Tempera – non c’è più: “Su 70 famiglie ne è tornata una”. 

LA CITTÀ CHE RESISTE. 

Non sai da che parte guardarla, L’Aquila. Se dalle rovine di Onna oppure dal palazzo del rettorato dell’università, appena ristrutturato. Sono tutte e due reali. Ed è vero quello che dice Paola Inverardi, la rettrice: “Siamo riusciti a tenere viva l’università. 

Non solo: oggi in città ci sono eccellenze come il Laboratorio del Gran Sasso e il Gran Sasso Science Institute. Poi il conservatorio e l’Accademia di Belle Arti. Imprese hi-tech stanno investendo”. Esiste anche questa città. 

“L’Italia non ha lasciato sola L’Aquila”, sottolinea il procuratore Michele Renzo. 

E la ricostruzione, se pure non è stata un modello come in Friuli, non è stata una mangiatoia come altrove. Anche se ha dato tanto lavoro ai pm: “Abbiamo aperto 200 fascicoli per i crolli. Ci sono state 19 condanne e nessuna prescrizione”, raccontano i pm Fabio Picuti e Simonetta Ciccarelli. 

Poi ci sono state le inchieste sull’indebita percezione di fondi pubblici che hanno fatto recuperare milioni, sulle new town e i balconi crollati. E ancora: indagini per lottizzazioni abusive, ricostruzioni delle chiese. Oltre all’inchiesta sul mancato allarme della Commissione Grandi Rischi (fu condannato Bernardo De Bernardinis della Protezione Civile). “

L’AQUILA COM’ERA, COM’È.

Dice così lo slogan della ricostruzione. Tutto tornerà come prima. C’è davvero una rinascita, ha il volto pieno di meraviglia di Aurora Cacciapuoti: “Io sono sarda. Mio marito molisano – racconta Aurora, una delle più apprezzate autrici italiane di illustrazioni per bambini – Vivevamo a Cambridge, ma abbiamo deciso di venire all’Aquila. Lui oggi insegna all’università, io faccio i miei libri. Tra pochi mesi qui nascerà il nostro primo figlio”. 

Ecco, i nuovi aquilani. Eppure non bastano i miliardi, le ferite restano. 

Le trovi negli sfoghi di uomini e donne che si rivolgono alla psicologa Rita Petrolini. Le vedi in via XX Settembre dove Attilio Rambaudi, 82 anni, cammina osservando gli annunci funebri. Cerca qui gli amici che una volta incontrava per strada e ora chissà dove vivono. Una città che non c’è più. Non basta uno slogan: L’Aquila – lentamente – rinascerà, ma non sarà la stessa di dieci anni fa. 

Come spiega Parisse: “Ieri è morto un vecchio di Onna. In una casa di riposo. Tanti se ne sono già andati. Il mio paese sarà ricostruito, forse 20 anni dopo la scossa. Ma ad abitarlo non saremo più noi”.

Stralcio da un articolo di Pietro Barabino e Ferruccio Sansa per IlFQ, 1-04-19

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