Eco d'Abruzzo, Luciano Odorisio

Vittorio, il toro di via del Tricalle…


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Negli angoli delle strade, in qualche portone fatiscente, in qualche stradina ormai dimenticata anche da chi ci vive oggi, ci sono brandelli di una vita che non so più se l’ho vissuta veramente o solo sognata.

Questa città non è più mia, non la riconosco più e lei non riconosce me…si è dimenticata di me.

A questo pensavo quella mattina poco prima d’incontrare Vittorio, in banca.

Era il terrore di noi ragazzini.

Vittorio, già il nome un programma, vincente, gliel’avranno messo i genitori o se lo sarà preso lui, di forza, appena nato, prepotente com’era, me lo sono sempre chiesto.

Un occhio un po’ chiuso, una fessura inquietante disturbante, ogni volta che c’incontrava, me e gli amici, sotto i portici o alla Villa Comunale, ci bloccava, fissava Michelangelo e gli sparava a brutto muso:

“Tu mi hai guardato e ti sei messo a ridere! Mi stai prendendo per il culo!”

«No, io…» cercava di sottrarsi il mio amico, ma non c’era niente da fare.

Volavano subito schiaffi, pugni, e guai a difenderlo, si sarebbe rivolto contro tutti.

Era un toro, Vittorio, il Toro di via del Tricalle, detto anche Vittorio  la “Tuppona”.

“Tuppona”, per via di un pomposo tuppo, uno chignon a ciambella, che la mamma esibiva fuori del suo basso quando capava i fagioli cantando appassionata:

«Ciliegi rosa a primaveraaaa…»

Lei era la “Tuppona” madre.

Lo rividi quel giorno, per caso, non riusciva a salire gli scalini della Banca dove ero andato a chiudere un vecchio conto.

Tutto spelacchiato, occhiali spessi, quell’occhio semichiuso ormai andato del tutto, e difficoltà di deambulazione “cade non cade”, incerto anche nell’afferrare il mancorrente.

Mi precipitai ad aiutarlo, sicuro che non mi avrebbe riconosciuto neanche lui, non senza un leggero timore, paura di una sua reazione, lo ricordavo così feroce, violento.

Invece no, povera cosa, era nelle mie mani, fragile, smarrito, potevo farlo cadere e metter fine ai suoi giorni, mandandolo all’ospedale, dolce vendetta, e poi chiamare Michelangelo e festeggiare insieme.

E invece lo aiutaii solo a salire, gradino dopo gradino, abbandonando ogni proposito  di vendeta.

“Si appoggi a me, forza, buonuomo, un altro gradino, attento, buonuomo… ” lo incoraggiavo.

Finalmente in piano la sua espressione affaticata, dimessa, subì una trasformazione.

Mi fissò col suo solito sguardo mezzo cecato, peraltro con occhiali sgangherati e sporchi, una stanghetta rabberciata con dello scotch, e mi fulminò:

“Buonuomo, lu cazz’! Tu eri amico di quello che mi prendeva per il culo, eh?”

“No, io…” tentai di sottrarmi, ma lui fu più veloce e, come faceva con Michelangelo, mi saettò uno schiaffone in pieno viso davanti a tutti, impiegati e clienti.

Che figura di merda!

Mi aveva riconosciuto eccome.

Aggiungendo poi, mentre io mi tenevo la guancia dolorante.

«E la prossima volta ti meno!».

Gelo, nessuno osava dire mezza parola.

Mi fissò ancora qualche istante poi girò le spalle e fece per andar via…si fermò.

Istintivamente feci un passo indietro per paura.

Lui immobile, di spalle.

Tutti zitti.

E si girò di nuovo, a me…era stanco ma mi regalò un sorriso, un mezzo sorriso, forse per la prima volta in vita sua.

Chissà che vita avrà fatto II Toro di via del Tricalle, si sarà sposato?, avrà avuto figli?, pensai in quel momento.

Sapevo solo della sua infanzia, perchè io c’ero, abitavo vicino casa sua, in via del Tricalle, quando un giorno si levarono urla e strepiti.

Corremmo tutti in strada.

Schizzi di sangue dappertutto nel basso della Tuppona.

Il padre aveva deciso di farla finita con la moglie e l’aveva presa ad accettate, davanti al figlio, davanti a Vittorio, ancora piccolo.

Il motivo non si seppe mai, ma molte furono le congetture.

C’era chi giurava che s’era rotto il cazzo di quelle canzoni mielose e chi addebitava tutta la colpa all’atteggiamento scostumato di lei che gli mancava di rispetto, gli “rifaceva faccia”.

E il bambino restò solo, con una vecchia nonna.

Fu così che divenne il re della strada, ombroso e “malamente”, e col solo desiderio di rivincita col mondo intero.

E quel giorno, quel sorriso inaspettato, in banca…

Mi strizzò l’occhio con la complicità di una conoscenza ormai consolidata nel tempo, sussurrando a mezza bocca con dolcezza inaspettata:

“Bentornato Lucià, che piacere rivederti…e salutami a chillu bravo ‘uaglione di Michelangelo!…Bei tempi, eh? Come ci siamo divertiti…”

Tempo sospeso a valutare le nostre vite in uno sguardo, eravamo improvvisamente diventati vecchi amici,  ambedue testimoni di un tempo che non c’era più.

Poi si girò di nuovo sparendo in un corridoio buio…forse per sempre…

…mentre io piangevo come un bambino, straziato, come se mi avessero tolto un giocattolo, la mia giovinezza…la mia città…

 

 

Luciano Odorisio

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