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Luciano Odorisio, Politica

Paolo Feltrin, politologo: Il re Matteo Salvini è nudo in Veneto: il grande bluff!

Di Giuseppe Pietrobelli per Il FQ, 13-9-19

“Anche un cieco lo capirebbe…” 

Che cosa professor Feltrin? 

“Che Salvini in autunno non avrebbe potuto dare l’autonomia a Lombardia e Veneto. Se lo avesse fatto, avrebbe perso 5 milioni di voti nel meridione. E così sarebbe stato sancito il contrasto tra l’interesse nazionale della Lega di Salvini e l’obiettivo autonomista della Liga Veneta-Lega Nord”. 

Già ci ha pensato di suo, Matteo Salvini, ad apparire come un re nudo, un premier in pectore disarcionato. 

Ma il politologo trevigiano Paolo Feltrin, una vita trascorsa a studiare movimenti politici, mette il suggello a un dubbio che in questo anno e mezzo di Lega al governo molti avevano coltivato. 

Possibile che la concessione dell’autonomia restasse al palo, nonostante un ministro (Erika Stefani) completamente dedicato e un esecutivo in cui la componente leghista è cresciuta di peso mese dopo mese? 

“A ottobre, dopo la lettera ultimativa di Luca Zaia e del governatore lombardo Attilio Fontana, Salvini avrebbe dovuto decidere. Anche per questo si è sentito stretto in una morsa. Ma non solo. In Europa apparentemente aveva vinto, in realtà era ormai isolato. Sapeva che non avrebbe potuto fare la riforma fiscale da 50 miliardi che aveva promesso. E si è trovato in mezzo a una guerra di dossier con Usa e Russia”.

Inquietante… 

“Be’ – allarga le braccia Feltrin – se attacchi l’Europa, non c’è da stupirsi se quelli rispondono. E Trump il bacio in bocca avrebbe dovuto darlo a Salvini, invece lo ha dato a Conte…”. 

Alla vigilia di Pontida, con un migliaio di pullman già pronti a partire per il pratone dove sventolerà per il secondo anno il tricolore, simbolo di una Lega che cambia, inizia da questi scenari il viaggio in un Veneto per metà leghista. E quindi non più rappresentato dal governo a cui lo stesso segretario ha staccato la spina.

STARANNO ANCHE aspettando la rivincita, ma fa ormai tenerezza Zaia che un giorno sì e un altro ancora diffonde dichiarazioni autonomiste, sempre meno belligeranti. 

L’ultima: “Siamo pronti a firmare un documento dove si affermi che unità nazionale, coesione, sussidiarietà e solidarietà sono prerequisiti indispensabili dell’autonomia, come da Costituzione. Così sgomberiamo il campo da chi usa, a sproposito, questi argomenti per non far procedere il negoziato”. 

Proprio lui dovrebbe essere il più arrabbiato con Salvini (invece lo è con i 5stelle) per l’inconcludenza governativa. Ma non c’è dubbio, il Veneto leghista non punterà il dito contro il segretario. 

Il solo Giancarlo Gentilini, ex sindaco-sceriffo di Treviso, forte dei suoi novant’anni, ha dichiarato: “Salvini ha sbagliato, un capo deve vedere più in là degli altri. E deve pagare”. 

“Non succederà, spiega Flavio Tosi, già sindaco di Verona, che della Lega Veneta è stato segretario fino a quando il Capitano lo cacciò per aver coltivato ambizioni di leadership nel centrodestra.

“Dentro la Lega non succederà niente perchè Salvini ha normalizzato il partito. Ha cominciato con me, poi ha emarginato Maroni e Bossi. Ma Umberto un’idea di democrazia interna ce l’aveva, Salvini no”. 

Eppure non è che qualcuno un pensierino lo stia facendo? 

“I competitori sarebbero due. Ma Giancarlo Giorgetti non si metterà mai contro il segretario. E Zaia pensa alle regionali, quando a fare le liste sarà Salvini”.

Quest’ultimo, nel frattempo, ha fatto completare al Direttorio istituito alcuni mesi fa (con a capo l’ex ministro Lorenzo Fontana) una rivoluzione interna. 

Sono stati nominati una settimana fa sette commissari per reggere le sette province venete. I commissari non sono eletti dalla base, infatti dovrebbero durare in carica non più di tre mesi. 

Invece ora sono stati istituzionalizzati, con il ferreo controllo del segretario. Molto più di un semplice cambio organizzativo. Dissensi? 

Solo uno. L’avvocato Luisa Serato, presidente leghista della concessionaria autostradale Cav, ha postato: “Al mio partito, che invoca con forza la sublime prova demo- cratica delle elezioni, che cosa vieta di convocare da subito regolari congressi per dar voce, fi- nalmente, anche ai militanti?”. 

Sono piovuti consensi e “mi piace”. 

Ma secondo la stampa locale, il Direttorio non ha gradito. Si profilano provvedimenti disciplinari. Amaro commento di un leghista vicentino di lungo corso, il vicentino Stefano Stefani, che fu tesoriere nazionale con Bossi. “Questa non è la Pontida che abbiamo creato”.

E IL MONDO produttivo di un Nordest che guarda più alla sostanza che alle ideologie?Matteo Zoppas, numero uno regionale di Confindustria: “Il Paese non può più aspettare, bisogna invertire il trend negativo riportando la centralità dell’impresa, che crea lavoro e occupazione”.

Al governo cosa chiede? 

“Stabilità e certezze, uno shock di ‘fiducia’ per far ripartire investimenti, produzione, consumi e occupazione”. 

Naturalmente, anche “razionalizzazione dei costi” e “riduzione del cuneo fiscale”. 

A proposito di fatti, Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, accusa: “Il precedente governo ha mostrato scarsa attenzione ai bisogni delle imprese, si autoproclamava del cambiamento, ma ha continuamente rinviato qualsiasi decisione, salvo accontentare le proprie reciproche sacche di voto”.

Innegabile che sullo sfondo ci sia la questione settentrionale, con la sotto-rappresentatività politica del Nordest. 

Paolo Zabeo, coordinatore Ufficio studi della Cgia di Mestre: “C’è il rischio concreto che il profondo Nord finisca ai margini dell’azione del nuovo governo. Le sei regioni presiedute da governatori di centrodestra rischiano di non avere molta voce in capitolo anche se producono quasi la metà di Pil, gettito tributario e investimenti del Paese”. 

E il segretario della Cgia, Renato Mason: “Governare il Paese con il Nord all’opposizione non sarà agevole”.

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