Luciano Odorisio, Politica

LAVORO: da Craxi a Renzi, così uccisero il posto fisso


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Stralcio da un articolo di Masimo Asta, storico dell’università di Cambridge, per Il FQ, 02-06-19

“Il pacchetto Treu, la legge approvata nell’estate del 1997 dal primo governo Prodi, è considerata il momento in cui il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro italiano ha realmente inizio. 

(…) Derogando al divieto di interposizione di personale introdotto nel 1960, la riforma introduceva in Italia per la prima volta il “contratto di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo”. Ovvero, il lavoro interinale. La legge agevolava anche l’adozione dei contratti di collaborazione coordinata e continuativa, i famigerati co.co.co.

La riforma del mercato del lavoro avvicinava l’Italia ad altri Paesi europei caratterizzati da forme di precarizzazione analoghe, ma apparentemente moderandone certi tratti più selvaggi. 

Il lavoro interinale risultava maggiormente regolamentato, e il suo utilizzo più difficoltoso che altrove. 

Uno dei motivi per cui questo tipo di contratto ha relativamente avuto un’incidenza marginale negli anni Novanta. Solo lo 0,4% dell’occupazione nei primi cinque anni successivi alla riforma sarebbe stato costituito da lavoratori interinali.

La figura del co.co.co era precedente alla riforma, esistendo dagli anni 1970, ma la sua diffusione era più recente. 

Nel 1996, l’introduzione di un contributo pensionistico obbligatorio del 10%ne aveva fatto emergere quasi un milione. 

Soltanto nel 2002, i co.co.co erano più che raddoppiati. 

Gli iscritti nel fondo della Gestione separata dell’Inps ammontavano a 2.392.527. Per lo più donne, per le quali il co.co.co costituiva l’unica forma possibile per entrare nel mondo del lavoro, e spesso la sola per rimanerci, in particolare nell’Italia meridionale. Oltre il 90% lavorava per un solo committente, il che lasciava intendere che i co.co.co fossero in realtà dei contratti di lavoro subordinato mascherati e a bassissimo costo.

Nello spazio di meno di un decennio, dal 1992 al 2000, complessivamente il lavoro atipico era aumentato del 45%, passando dal 10,6% al 15,2% dell’occupazione dipendente totale. Ed era divenuto la forma necessaria per l’ingresso nel mondo del lavoro per i giovani, in alternativa al contratto standard. 

(…) Il puntello teorico a sostegno delle politiche del lavoro che adducendo effetti benefici sui livelli di occupazione producevano precarizzazione risiedeva – e risiede – nel più basico dei principi del liberismo. Ogni ostacolo alla regola del mercato del libero incontro tra domanda e offerta, che questo coincida con la legislazione del lavoro ovvero con il ruolo del sindacato, crea inefficienze. 

Tuttavia, riguardo all’esperienza degli anni Novanta per molti, tra cui per il contesto italiano Luciano Gallino, una relazione causale tra la moltiplicazione di strumenti contrattuali atipici e la riduzione della disoccupazione non è dimostrabile.

Se il pacchetto Treu rappresenta il momento di svolta nelle politiche del lavoro, culturalmente – e non solo – il cambiamento di paradigma risaliva agli anni Ottanta. 

Era una reazione alle difficoltà generate dalla crisi economica degli anni Settanta, certo. Una strategia volta ad adattare la variabile lavoro alle esigenze del nuovo sistema produttivo postfordista e ad abbassarne il costo di fronte a una competizione economica destinata a diventare sempre più internazionale. Ma era anche legato alla volontà delle imprese di recuperare il potere perso a favore dei lavoratori e del sindacato durante il ciclo di lotte post 1968.

(…) Negli anni Ottanta il mito della flessibilità ha così cominciato a eclissare la realtà del precariato. 

Il Psi di Craxi si è allora imposto come il primo interprete a sinistra del nuovo credo. 

Con il Lodo Scotti del gennaio 1983, e ancor più con l’accordo di San Valentino (1984), per la prima volta la flessibilità diventava ufficialmente oggetto di negoziato tra parti sociali e governo, e si traduceva in politiche pubbliche.

Da allora, i governi Prodi, Berlusconi, Monti, Renzi si sono distinti per aver contribuito all’erosione del lavoro stabile. Proprio Renzi è riuscito con il Jobs act, dove governi di destra e tecnici avevano fallito. 

In piena stagnazione economica seguita alla crisi del 2008 e con un tasso di disoccupazione record che si attestava attorno al 12%. Il Jobs act rimarrà alla storia come l’ultimo – e decisivo, almeno fino al prossimo assalto – tassello del processo regressivo che ha interessato negli ultimi quarantanni il sistema delle tutele del lavoro subordinato. 

Modificando radicalmente l’articolo 18, rendendo in questo modo più facili e meno costosi i licenziamenti per ragioni economiche e disciplinari, aumentando ulteriormente la flessibilità in entrata, indebolendo lo statuto stesso del lavoratore subordinato a tempo indeterminato.(…)”

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