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Luciano Odorisio

La fatalona e il costumino di Fabbrizio

Io conosco l’orario giusto, appena dopo mangiato, durante la siesta, e non c’è nessuno al seggio di via Vallombrosa, o quasi nessuno…

E invece oggi, che ti capita?

Quel che non vorresti mai: tessera elettorale scaduta!

La scrutatrice, carina carina, ma decisa nel respingere qualsiasi tipo di accomodamento, mi flauta che non posso votare e basta! Inutile rompere il cazzo!

Prima o poi sarebbe accaduto, bene, non voto ‘sta botta!

Scendo, monto in macchina e mi dirigo velocemente a casa, ma… ma… ma…fatti pochi metri folle di ragazzini vocianti, i nostri figli, non solo miei che ormai so’ grandicelli, ma anche di altri, invadono il mio cuore, la mia testa:

«Dove vai, fallo per noi, fallo per noi…per il nostro bene…».

Senso di colpa troppo pesante da buttar via con una scrollatina di spalle.

Il bene dei nostri figli.

No, devo partecipare anch’io.

Mi fermo, mi preparo psicologicamente, inverto il senso di marcia e mi dirigo al mio Municipio, Santa Maria della Pietà, che già dal nome, tutto un programma, dove un paio di anni prima avevo rinnovato la carta d’identità.

Padiglione 29, dodici scalini ad entrare e ti ritrovi in un girone infernale.

Tante stanze, persone di ogni età e censo, vecchi e giovani, accatastati come cassette di verdura scaduta su sedili di ferro.

Sguardi vuoti.

Qualcuno si lamenta, qualcun’altra, da fuori canta:

«Resta cu’ mere, pe’ caritaaaa…»

E proprio al centro della stanza principale, in un’orgia di fiati e accaloramenti, giovani vecchi, belli brutti, sfessati per la lunga attesa, ascelle sudate, baffi tinti di catrame, ognuno col numeretto stropicciato in mano e la segreta speranza che chi è prima di lui possa morire di subito per scalare di qualche posto.

La stessa fatalona scollacciata di quando andai a rinnovare la carta d’identità mi occhieggia con le sue ciglione a raggiera da un angolo della sala.

Comincio a pensare che ogni luogo ha i suoi “stanziali”, passano anni, ci torni e li ritrovi tutti li’, come dal mio medico, sempre gli stessi.

Intanto scorrono le prenotazioni su un grande display, D055, capirai, io c’ho D136, ci passo la notte qui.

Al centro della sala dicevo, una cicciottella con l’orecchio incollato ad un vecchio cellulare rosso, di quelli a saponetta consumata, sicuramente trovato in un uovo di Pasqua come sorpresa, parla piuttosto vivacemente con qualcuno:

«Fabbrì, Fabbrizzioo…la mamma ti ha comprato un costumino… come chi è la mamma…so’ io, no?, ma che non mi riconosci… Fabbriziè, ti stavo dicendo, la mamma ti ha comprato un costumino da bagno…ma no, so’ sempre io, non è un’altra mamma…è un modo di dire, passami papà…Gilbè, diglielo tu a Fabbrizio…digli che la mamma gli ha comprato…come la mamma di chi?, ma che te ce metti pure te…so’, io, Silvana…non riconosci tu moje…?!»

Intanto sul display le prenotazioni scalano faticosamente, D064, D065…

«Gilbè, Gilbertoo, non hai capito, so’ io Silvana…devi da di’ a tu’ fijo che gli ho comprato…massì, certo, pure mi fijo, è un modo di dire, no?, tu fijio pe’ di’ nostro figlio, no?»

Disperata la signora Silvana si gira infastidita ad un vecchino lì accanto che ride della grossa con i 14 denti a disposizione:

«Ma che se ride lei, c’è poco da ride’ sa…co’ ‘sto caldo…e poi mi fijo non ci sente tanto bene».

E il vecchino:

«Pure tu’ marito nun ce deve sentì tanto bene…»

Un signore d’altri tempi interviene con sussiego:

«Scusi signora, ci facci il piacere, vadi fuori a telefonare…»

«Ma che è il padrone del Municipio lei?»

«No, io…non volevo…»

«M’anvedi questo, sto a parla co’ a creatura mia…che nemmanco ce sente povera stella…»

Una canizza che non vi dico.

Forte il desiderio di fuggire via nonostante la fatalona si fosse avvicinata, col suo vestito rosso a pois bianchi e du’ zinne profumate di borotalco appena spolverato, e mi avesse riconosciuto:

«Io a lei l’ho vista, sa…la conosco…se veste sempre uguale lei…‘na volta l’ho vista pure pe’ strada, davanti a PIM…co’ ste saariane ciancicate…»

Ho chiuso gli occhi, poteva ormai accadermi di tutto, invece.

Improvvisamente, miracolo!

Scatta il mio numero, non so neanch’io come.

Appare sul dispaly D0136.

Panico, mi dirigo verso gli sportelli scortato dalla signora pettona che mi parla di quando faceva “Cabbarett” allo Jovinelli.

Arrivo e s’è seduto il vecchino che rideva a crepapelle, col numeretto D0137.

«Eh no, scusate…date il tempo di arrivare almeno…»

Mi lamento stremato e il vecchino mi sorride e mi cede il passo:

«Abbasta che mi lasci seduto…», sorrisino disarmante.

Finalmente ho la mia nuova tessera elettorale e il numero di telefono di Rossana, prometto di chiamarla.

Via!

Volo di nuovo al seggio, faccio di corsa le scale, percorro veloce corridoio luci e ombre, e proprio davanti alla mia stanza un capannello di persone intorno ad un ragazzino piccolo ma con due baffetti impertinenti, peluria più che altro, e la vociona della maturità, del cambio di passo, forse fino al giorno prima parlava con la vocina di un angelo.

Accanto a lui il padre, baffuto anche lui, il piccolo al cellulare, un iPhone sbrilluccicante di perline di strass e Totti nel tondo:

«Ma chi sei…io non ti conosco…la mamma di chi?»

Il padre gli sussurra pietoso:

«Tu’ madre, Fabbrì, è tu’ madre…»

«Ma che vole…perchè nun sta qui…»

«E che ne so…lei c’aveva la tessera scaduta, ma mo’ viene…»

Impietosito, intervengo con un bel sorriso:

«La mamma voleva dirgli che ha comprato un costumino…»

Il piccolo mi guarda sospettoso mentre il padre scatta in avanti:

«Scusi lei , chi è?»

«Io ero al municipio e ho ascoltato…»

«Mi facci la cortesia, si facci i cazzi suoi! Che il bambino non ci sente tanto bene…se te ce metti puro te, eh!» passando dal Lei al Tu con una piroetta che solo i romani di quarta generazione sanno fare.

Gelo!

Ho chiesto scusa a tutti, anche al bambino.

Ho votato subito, non ricordo neanche più chi cazzo ho votato e mi sono dato alla fuga.

Tutto questo, quella volta, per il bene dei nostri figli…

 

E se vi va, qui trovate il mio primo libro, “Non invecchieremo mai”, Edizioni Il Viandante:

Non invecchieremo mai
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