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Luciano Odorisio, Politica

“A ‘n’occhio n’-ci vede’: er’ cecat’!”…23 Luglio a Guardiagrele

Era il 1983, l’anno prima avevo vinto un Festival piuttosto importante, Leone d’oro per la migliore “opera prima o seconda”,

 

e nella mia città pensarono di candidarmi nella lista degli “Indipendenti di sinistra” per il PCI.

Era per sfruttare la mia notorietà, il successo che mi diede quel premio ed altri premi vinti nel corso dell’anno.

Pur non essendo un politico, non conoscendo lo “slang” fatto spesso di luoghi comuni e slogan accattivanti, accettai di buon grado per sentirmi utile alla mia città, alla “causa”, più che altro la causa di tirare la volata ad un oscuro funzionario chietino di cui ricordo il nome a tratti…ora, ad esempio, non lo ricordo.

Di lui ricordo solo che sposò Rosetta, più grande di me, che era una mia vicina di casa in quella via del Tricalle dove abitai la mia prima giovinezza.

Tornando alla campagna elettorale  avrei dovuto tenere qualche comizio, una spina nel fianco della candidatura, essendo io sprovvisto di appeal politico, in una parola “Non sapevo cosa cazzo dire!”

Mi feci coraggio.

Un secondo comizio lo tenni in piazza GB Vico e non fu difficile.

In quell’occasione fortunatamente la parte del leone la fece un politico vero, Achille Ochetto, mentre io farfugliai qualche cazzata spazzandola via dalla memoria un attimo dopo averla detta, per la vergogna.

Ma il primo comizio, bè quello furono cazzi!

Era il comizio d’apertura della campagna elettorale e dovevo esser solo io, su un palchetto davanti al Teatro Marrucino, un palchetto che mi ricordava quelli dell’on. Peppone nel paese di Brescello.

E mi venne un’idea.

Salii sul palco, silenzio, c’era molta gente, ma proprio tanta, ero molto emozionato, come mi accade ogni volta che devo parlare alla mia “gente”, questo mio cordone ombelicale che mi porta a turbarmi, poi commuovermi ogni volta, cerco di resistere ma l’emozione non mi lascia mai.

Volevo testimoniare il mio amore per la città, invitandoli a darmi il voto, dare il voto ad una forza politica che voleva realmente il bene di tutti, un voto che spezzasse la prepotenza della Democrazia Cristiana che nella mia città faceva il bello e il cattivo tempo da sempre, la città più “biancofiore” d’Italia.

Erano ancora i tempi di quando ci si chiamava “compagni” e dentro ci sentivamo di appartenere ad una grande famiglia, bastava dire “compagno” e ci si riconosceva, una grande famiglia dove chiamarsi “compagno” era un orgoglioso senso di appartenenza.

Li avevo di fronte, pendevano dalle mie labbra, c’erano anche Giggino la Puzzetta e suo Fratello Sergiolino, Don Felicino, e poi il muratore col quale giocavo a biliardino, Oliviero del Bar Vittoria, Vittorio la “Tuppona”, forse la “Roscia di via Paradiso” in un angolo nascosta, e tanti altri, amici d’infanzia e sconosciuti e curiosi.

Anche quelli che guardandoti dall’alto della loro supponenza biascicano all’amico accanto:

«Mo cà da fa cussù? Chi si crete di essere?».

Aspettavano me, tutti, buoni e cattivi.

Aggiustai il microfono e aprii un libro, le prime pagine già mi diedero un’emozione, e cominciai a leggere il mio amore per loro, per la mia città:

O ma’, se quacche notte mi ve ‘nmente
ti vujje fa’ ‘na bella ‘mpruvisate;
t’aja minì a purtà ‘na serenate
nche stu trombone d’ accumpagnamente.

Ne’ ride, ma’,
le sacce: lu stumente è ruzze
e chi le sone nen te’ fiate,
ma zitte, ca se cojje lu mumente,
capace che l’accucchie ‘na sunate.

Quande lu vicinate s’arisbejje,
sentenneme sunà,
forse pu’ dice: vijat’a jsse coma
sta’ cuntente !
Ma tu che mi cunusce nen ti sbejje:
li si ca ugne suffiate è nu suspire,
li si ca ugne mutive è nu lamente !

Traduzione :

Serenata a mamma 

Mamma, se qualche volta mi viene in mente
Ti voglio fare una bella sorpresa
Devo venire a portarti una bella serenata
Con questo trombone d’accompagnamento

Non ridere, mamma,
lo so che questo strumento è “rozzo”
e chi lo suona (io stesso) non ha fiato
ma zitta, che se colgo il momento giusto
può essere che riesco a farci una bella suonata

Quando i vicini si sveglieranno,
ascoltando la serenata
potranno dire: Beato lui, che sta cosi’ contento!
Ma tu che mi conosci bene non t’inganni
Sai che ogni soffio è un sospiro
Sai che ogni motivo è un lamento.

Scroscio di applausi…mi commossi.

Avevo appena letto “Serenata a mamm'” da “Ta-pù lu trumbone d’accompagnament‘”:

Modesto della Porta è uno dei più importanti poeti in dialetto abruzzese, e sicuramente “Serenata a mamme” è una delle sue opere a cui siamo maggiormente affezionati.

Questa poesiaè un autentico capolavoro, contenuta nella raccolta “Ta-pù Lu trumbone d’accumpagnament ” un libretto di poche pagine in cui l’autore con l’ironia che lo ha sempre caratterizzato,  immagina di essere un suonatore di trombone, umile ma rumoroso.

Il 23 Luglio Guardiagrele dedica al suo poeta una serata dove i migliori attori abruzsesi si alterneranno sul palcoscenico per leggere le sue poesie.

Quest’anno ci sarò anch’io e, grazie agli amici che organizzano l’evento, porto il mio libro, “Non invecchieremo mai”, una raccolta di storie e cazzeggi vari, dove in un passaggio cito una delle battute che più mi rimase impressa, fra le tante, quando lessi la prima volta Ta-pù:

“A ‘n’occhio n’-ci vede’: er’ cecat’!”

 

 

Non invecchieremo mai
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