Cinema & Teatro, Luciano Odorisio

Suntina la nana e “Ciòn” Lennon


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Accanto sulla destra si affaccia la modesta merceria di donna Assuntina la nana.

Bellissima da bambina ma il tempo passava, i suoi amici crescevano e lei restava sempre uguale, piccola piccola… per poi scoprire drammaticamente che non sarebbe mai diventata grande, affetta da una forma di nanismo in età puberale.

Pianse molto ma quello era il suo destino.

Ha gli occhi tristi Suntina, una vita vissuta a guardare gli altri crescere, sposarsi, fare figli, occhi tristi e rancorosi, guardandoli sempre dal basso.

A tenerle compagnia solo il ricordo di qualche innocente carezza scambiata con un ragazzino ingenuo e sognante.

Quel ragazzino era Francesco che abitava vicino a lei su una salita ripidissima, dove l’inverno quando nevicava si sciava con delle canne di bambù tagliate a metà legate alla scarpe come schettini.

Assunta e Francesco scolpirono i loro nomi insieme da qualche parte a suggello di un amore senza fine.

E lei ogni tanto ci passa davanti ancora oggi, come in pellegrinaggio, si ferma a guardare, le piacerebbe ricominciare da lì… in un’altra vita…

E dietro un albero della Villa Comunale spesso si fermava ad ascoltare donna Sofia, la nonna di una sua amichetta, che riuniva intorno a sé un gruppo di ragazze avide di racconti d’amore.

Restava lì, intimidita, a disagio, anche quando donna Sofia la scorgeva e la invitava ad avvicinarsi, ad unirsi a loro.

Lei abbassava lo sguardo, intimidita.

E quando Donna Sofia insisteva, lei sorrideva di no e scappava via, ponendo così le basi di quel che sarebbe stata la sua vita un giorno.

Una vita lontana dagli altri, una vita in penombra, una vita di occasioni solo sognate.

Il pettegolezzo acido e rancoroso sarebbe diventato col tempo la sua valvola di sfogo, la sua unica panacea, nell’attesa di un’altra vita che non sarebbe mai arrivata, in attesa di quel bacio che nessuno le avrebbe mai più dato.

«Quando rinasco, voglio diventare un’aquila…» disse in un’occasione.

«… così posso volare e vedere dall’alto tutti i posti che voglio…» suscitando un sentimento di tenerezza nelle ragazze e in nonna Sofia che provava tanta pena per lei.

Suntina la nana.

La natura aveva bocciato il suo futuro.

Ed eccola apparire in fondo a via dei Crociferi con la sua andatura a paperetta, pettinatura a copricapo olandesina, con testolina basculante sul collo come quei pulcini che si dondolano dentro gli ovetti nel vano portaoggetti delle auto e che guardano gli automobilisti che seguono con un sorrisino dispettoso infantile, aria schiattusella:

«Io c’ho l’autista che mi scarrozza e tu no-ò!, devi gui-da-re, trallalero, eh eh, tiè!».

Cammina veloce occhi bassi, sfarfugliando fra sé e sé:

«No, no, glielo dico, eccome se glielo dico, non ho paura io… mi deve stare a sentire questa volta, ah ah cara mia… non può continuare così…».

Chissà con chi ce l’ha. Forse con la sua amica parrucchiera che deve far morire d’invidia.

Intanto è arrivata all’angolo che porta in piazzetta, sta per svoltare, un altro passo, e MIODDDIO!!, resta folgorata imbattendosi in… Jhon Lennon!

Stessi occhialetti, gilet sfrangiato, capelli lunghi sul collo, naso gobbato, orecchino.

«Ciòn…» le sfugge portandosi una mano alla bocca dalla meraviglia «Ottio, ottio…» che nel suo dialetto sta per “Oddio Oddio” così come “Ciòn” sta per “Jhon”.

«Ottio ottio, Matonna me’…» ripete la pulcina da lunotto posteriore guardandosi intorno come a cercar conferma conforto.

Non c’è nessuno.

Torna a guardarlo affascinata persa con lo stesso sorriso abbacinato che doveva avere la piccola Bernadette de Soubirous quando vide per la prima volta la signora vestita di bianco con velo bianco, occhi celesti, cintura blu ed una rosa gialla su ogni piede, nella campagna di Lourdes fra pecore e caprette giulive.

Il giovane neanche la nota, impegnato com’è a fotografare balconi e porticati, non si accorge di lei. Si allontana così come era apparso, spostandosi dal controluce che ne faceva un’apparizione mistica.

Lei incantata rapita rotea lo sguardo fino a terra sempre inebetita dall’estasi, stenta a crederci, John Lennon nel suo paese.

    Si gira ancora a guardarlo allontanarsi, le sfugge di nuovo «Ciòn… », poi riprende a sgambettare quatta quatta verso il suo negozio appiattendosi al muro per non farsi notare, salmodiando come in una litania:

«Michell’, mia bell’, son le mo’ chi von tre’ ben ansambl’… oh mia Michell’, ottio ottio Ciòn Lennon, Matonna me’… Michell’ Michell’, mò glielo dico pure questo a Giovina, così la faccio morire d’invidia a ‘sta pettegolaccia… chi von tre’ ben ansambl’, oh mia Michell’…».

(Continua)

da “Il paese che non c’era…” di Luciano Odorisio

di prossima pubblicazione.

Il suo primo libro, una raccolta di nove racconti, s’intitola “Non invecchieremo mai.”

Su Maxim una bella recensione di Claudio Trionfera:

 

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