Luciano Odorisio, Politica

Padellaro, Gomez, Annunziata: Diba e Di Maio sotto la lente d’ingrandimento


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ANTONIO PADELLARO 

Viva la discussione trasparente, no alle congiure da retropalco 

A Di Maio che molto si lamenta di Di Battista e del suo libro, perché “destabilizza” M5S e governo, vorremmo chiedere quale altro comportamento avrebbe, invece, preferito dal suo (ex?) amico dopo il tracollo elettorale del 26 maggio? 

Il mugugno del qui sta crollando tutto e del qui lo dico e qui lo nego? 

L’attività cospiratoria in qualche retropalco Rousseau? 

L’intervista anonima ma virgolettata? 

O un silenzio tombale? 

Personalmente non ho ancora capito se, oltre l’indubbio talento agitatorio, Dibba possieda un pensiero politico compiuto, e quale. 

Ma in Politicamente Scorrettonon ho trovato nulla che non scaturisse dall’amarezza della sconfitta e dal desiderio di ritornare a vincere. Forse uno sfogo emotivo ingeneroso con i “burocrati” che si sono caricati sulle spalle le peggiori rogne di governo. 

Però, vivaddio, trasparente. 

Se i due (ex?) amici si chiariranno, fatti loro. Se però anche nei 5Stelle che proclamavano il “cambia – mento”si dovesse instaurare l’antica pratica del non si disturba il manovratore (o del taci il nemico ti ascolta), sarebbero guai per tutti.

PETER GOMEZ 

Dibba non è un tizio qualunque: quel che dice pesa, deve saperlo

Alessandro Di Battista, come ogni cittadino o iscritto al M5S ha tutto il diritto di dire ciò che pensa sul comportamento degli esponenti di governo e sul Movimento. 

Ma, se come crediamo, è una persona intelligente ha anche il dovere di non stupirsi se le sue prese di posizione hanno il potere di destabilizzarlo. 

Di Battista non è un attivista qualunque. Gode di ampio seguito e viene considerato un custode del pensiero grillino. Sostenere che è possibile derogare alla regola dei due mandati parlamentari è certamente lecito. 

Ma è ovvio che in molti prendano la proposta (dirompente) per un invito a far cadere l’esecutivo. Soprattutto se Di Battista scrive che i propri colleghi al governo hanno dimezzato i consensi perché trasformati “in burocrati rinchiusi all’interno dei ministeri”. 

La scelta di non ricandidarsi nel 2018 restituendo però i 42 mila euro del suo Tfr da parlamentare è stata meritoria. 

Ma questo non basta per farne un privato cittadino. 

Finché i 5s esisteranno Di Battista resta un leader politico. E ogni sua parola avrà conseguenze politiche.

LUCIA ANNUNZIATA 

È infantile non vedere la realtà: il M5S non è più quello del 2013

È ovvio che Di Battista abbia tutto il diritto di dire la sua sul Movimento, è più che legittimo e lo può fare lui come l’ultimo militante. 

Bisogna però che Di Battista si assuma anche la responsabilità di quel che dice, soprattutto in settimane decisive in cui si capirà se questo governo farà la manovra oppure se si andrà a votare. 

Deve sapere che nel momento in cui esprime la sua opinione ha un peso nel dibattito politico. 

Ho la sensazione che su questo abbia invece un’idea un po’ infantile, tanto che a volte torna indietro, minimizza, dice che con Di Maio si metterà d’accordo e così via. 

Deve rendersi conto che i 5Stelle, da quando sono al governo, vivono un percorso tutto nuovo. Non significa corrompersi o macchiarsi di cinismo, ma confrontarsi con i problemi veri, assumere decisioni. 

Di Battista forse non è ancora in sintonia con questo percorso di realismo, è per metà sospeso al Movimento che entrava in Parlamento 6 anni fa. 

E non è detto che le sue parole, oggi, risuonino così bene tra i colleghi come in passato.

PIERO IGNAZI 

Il dibattito interno è una risorsa e può servire a mobilitare la base 

Non c’è niente di strano in quel che fa Di Battista, anzi, va benissimo così. Semmai era sbagliata la situazione precedente, in cui mancavano voci forti di dibattito all’interno del Movimento 5 Stelle: se qualcuno ha l’autorevolezza per esprimere le proprie opinioni ben venga. 

Questa è la fisionomia normale di un partito o di una forza politica, non si può pensare di portare avanti per sempre una fase staliniana in cui al confronto il centralismo del Pci era all’a cqua di rose. 

Non vedo particolare malizia in Di Battista: quando qualcuno prende una posizione un po’diversa da quella del proprio leader, per forza di cose emerge, ma in questo caso non credo che Di Battista ne avesse particolare bisogno, è già uno dei dioscuri del Movimento. 

Piuttosto, per Di Maio potrebbe essere una risorsa in una fase di grande difficoltà, così da mobilitare la base e ridefinire l’identità, mentre il vicepremier è impegnato a tentare di tenere insieme i cocci del governo.

FLAVIA PERINA 

Governisti contro movimentisti Un classico, come la vecchia Dc 

Il conflitto interno tra governisti e movimentisti è un classico della politica: la discussione tra Di Maio e Di Battista dimostra come certe dinamiche si riproducano fatalmente anche nelle forze politiche che si definiscono nuove. 

Nei partiti della Prima Repubblica la pluralità di idee era una risorsa – si pensi alla Democrazia cristiana, che andava da Donat Cattin a Fanfani – perché erano partiti fondati sulla mediazione. Nei partiti carismatici di oggi, fondati sul credere-obbedire-combattere, la diversità è quasi sempre un handicap perché si è incapaci di gestirla e portarla a capitale. 

Personalmente non trovo nulla di scandaloso nelle uscite di Di Battista, anche quando radicalmente differenti alla linea del leader dei Cinque Stelle: la sua posizione è nota da tempo. 

Trovo anche che non abbia senso accusare Di Battista di destabilizzare il governo: le sorti dell’alleanza saranno decise da Salvini e non saranno certo le discussioni interne del Movimento a determinare se si andrà a elezioni anticipate oppure no.

ALDO GIANNULI 

Il dissenso non si può silenziare Ma fare l’opposizione è più facile 

S ta succedendo quel che era naturale succedesse quando una forza politica prende una batosta del genere alle elezioni: i 5 Stelle sono entrati in confusione. 

Anche perché c’è una regola sacra che vale anche in politica: i generali che perdono, anche se non hanno colpe, devono essere cambiati. 

Per questo non ha senso che ora Di Maio si ostini a chiedere un silenzio interno, in un momento in cui il Movimento si sta già riorganizzando tra chi spinge per Di Battista, chi per Fico e chi per un futuro con Giuseppe Conte, senza contare quelli che sono già usciti fuori e che potrebbero costituire un asse. 

E allora non ha senso, come fa Di Maio, pretendere che Di Battista non parli, perché vuol difendere una leadership continuando a essere leader nello stesso modo che ha portato alla disfatta. 

Poi è chiaro che Di Battista fa il suo gioco: vuole elezioni anticipate e sa che il Movimento le perderà, ma si candida a essere il leader di un partito che fa opposizione, cosa in cui probabilmente è più bravo.

a cura di Giannelli per Il FQ, 25-6-19

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