Luciano Odorisio

PADELLARO: 5S-PD, fare i conti senza i tre osti


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di Antonio Padellaro per Il FQ, 22-8-19

S e questo diario si permette di dubitare sulla reale possibilità di un patto di governo tra M5S e Pd, “rapido, solido e duraturo” (come gli aruspici quirinalizi non fanno che ripetere) è perché tale imprevedibile – fino all’altro giorno – novità confliggerebbe con la visione segretamente, ma neppure tanto, condivisa a destra e a sinistra, dopo i risultati del 26 maggio scorso. 

Ovvero, l’annientamento finale dei grillini. 

PER CARITÀ, non coltiviamo alcuna idea complottista e ci limitiamo a osservare i fatti, che ci mostrano con implacabile evidenza come siano stati prima di tutto i Cinque Stelle a cospirare contro se stessi accettando supinamente l’abbraccio mortale di Matteo Salvini. 

Resta il fatto che dal boom elettorale del 2013, l’irrompere del Movimento sia stato vissuto dal preesistente sistema di potere (e dall’in formazione m ains trea m) con lo stesso allarmato sbigottimento degli abitanti di Woking a l l’impatto dell’astronave marziana ne La guerra dei mondi di H.G. Wells. 

È un tema, questo del corpo estraneo precipitato sull’Italia (con quelle loro stravaganti idee di legalità e lotta alle ingiustizie sociali), che affidiamo alle analisi di politologi e sociologi. Per cui ci limiteremo a osservare che nel post Europee non pochi nei palazzi romani ritenevano che fosse finalmente giunta l’occasione per rispedire l’astronave su Marte. 

DEL RESTO, visto che Salvini (che nel sistema dei partiti bivacca egregiamente dall’inizio degli anni 90) si era portato decisamente avanti col lavoro gonfiando di voti la Lega a spese dei Cinque Stelle, non restava che completare l’opera. 

Consistente nel ritorno a un sistema bipolare destra-Pd, abbastanza simile a quello dominante nel primo decennio di questo secolo. 

Per capirci: con Salvini nei panni di Silvio Berlusconi e con Nicola Zingaretti in quelli di Romano Prodi (senza offesa). 

Quanto ai discepoli di Beppe Grillo, tertium non datur, e quindi si sarebbero rassegnati all’estinzione nella irrilevanza. 

L’entusiasmo di Nicola Zingaretti per andare al voto subito si spiega soprattutto così. Purtroppo (o per fortuna) si sono fatti i conti senza tre osti. 

Il primo, del tutto inconsapevole, si chiama Matteo Salvini. 

Che come in certe gag di Stanlio e Ollio ha azionato il congegno della dinamite troppo tardi (o troppo presto) finendo con l’essere investito dallo scoppio insieme all’intera Lega di governo (la faccia e i monosillabi di Giancarlo Giorgetti, martedì al Senato, non esprimevano esattamente entusiasmo per le gesta del malaccorto Capitano). 

Il secondo oste è Matteo Renzi che, dopo lungo e palloso esilio casalingo, appena Ollio si è fatto esplodere si è catapultato sulla scena e con un doppio salto mortale con avvitamento ha offerto un accordo agli odiati Cinque Stelle. 

A cui lui per primo non crede, ma che gli è servito per riprendere il controllo sui gruppi parlamentari (appanicati dalla fine anticipata delle loro poltrone), e forse anche il Pd, alla faccia del fratello di Montalbano. 

Il terzo oste è Giuseppe Conte, la cui popolarità, dopo la lezione impartita a Salvini, è alle stelle. 

E DUNQUE non si comprende per quale motivo Zingaretti debba concludere un patto di governo con i grillini da cui tutto lo divide. Tranne una cospicua fetta di elettorato di confine che i due partiti sono impegnati a sottrarsi vicendevolmente. 

Ma soprattutto non si comprende perché mai, nel nome di una misteriosa “discontinuità”pretesa dal Nazareno, i Cinque Stelle dovrebbero rinunciare al frontman Conte per Palazzo Chigi. 

È come se la Juventus fosse costretta a tenere in panchina Ronaldo su disposizione della squadra avversaria. 

Consiglio non richiesto: piuttosto che farsi logorare in una trattativa con le diverse tribù del Pd balcanizzato, non sarebbe meglio giocarsi la carta Conte in una campagna elettorale tutt’altro che decisa?

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