Luciano Odorisio, Politica

L’ultimatum di Di Maio: Marco Revelli, Andrea Scanzi, Lucia Annunziata, Moni Ovadia

a cura di Lorenzo Giarelli per Il FQ. 1-9-19

Proprio quando le trattative tra M5S e Pd sembravano essere ormai definite, ci ha pensato due giorni fa Luigi Di Maio a mescolare le carte. Uscendo dalle consultazioni ha usato toni forti per dettare le condizioni ai dem: o si converge sui 20 punti programmatici esposti dal Movimento – inizialmente erano 10 – o si torna al voto. Il vero nodo, più che i temi, sono però le cariche e in particolare il ruolo del leader grillino. 

Il Pd considera Conte un premier riferibile ai 5 Stelle, seppur non iscritto, e pretende dunque che non venga riproposto lo schema gialloverde dei due vicepremier, di cui uno sarebbe Di Maio. 

Il Movimento punta invece a riconoscere Conte come presidente terzo, potendo così rivendicare una delle caselle dei “vice”. L’azzardo imprevisto di Di Maio, però, ha complicato le trattative. Abbiamo chiesto a sei tra giornalisti, accademici e opinionisti il loro parere riguardo alla mossa del grillino.

MARCO REVELLI 

Meglio non rischiare il suicidio per un ruolo che non vale nulla 

Fin dall’inizio di agosto ho avuto l’impressione che tutti i protagonisti della crisi fossero inadeguati, con le dovute eccezioni di Mattarella e Conte. 

Ovviamente lo era Salvini, ma poi anche Zingaretti che voleva andare di corsa al voto in maniera imbarazzante. Ascoltando Di Maio nei giorni scorsi mi sono cadute le braccia. Può darsi che abbia fatto quello che per i manuali si chiama “alzare il prezzo”, far finta di voler buttare tutto in aria per cercare di concludere l’accordo, ma in ogni caso è una mossa fatta male, assomigliava più a una crisi di nervi personale più che a una tattica. 

Anche perché non è scritto da nessuna parte che sia un vantaggio avere la vicepresidenza, bisogna “utilizzarla” bene. Nello scorso governo, Di Maio era vicepremier eppure Salvini se lo è mangiato nei consensi. 

Motivo per cui consiglierei al capo politico dei 5 Stelle di non dare troppa importanza a queste cose: non rischierei il suicidio politico per una carica inutile.

ANDREA SCANZI 

La smetta di puntare i piedi: non merita di essere il “vice

Detta con un eufemismo, Luigi Di Maio sta davvero fracassando le gonadi. Se ha denotato talento e umiltà nell’imporre Conte premier, ora deve smetterla di puntare i piedi come un bambino bizzoso. 

È stato un buon ministro del Lavoro e merita forse la riconferma (io preferirei un governo di soli “competenti” come ha ipotizzato Grillo), ma non merita il ruolo di vicepremier. Da Salvini si è fatto turlupinare come un bischero, come leader ne ha sbagliate troppe e la sua uscita di venerdì (“O si fa così o si va al voto”) è scellerata per tempi e modi. 

Di Renzi non occorre fidarsi mai e di Zingaretti boh, ma è Conte che deve pensare a questo. E la sensazione è che Di Maio, di Conte, sia sempre più geloso. Di Maio e i 5 Stelle sono stati salvati da Salvini, che col suo suicidio li ha rimessi al centro della scena (regalandogli 7 punti in un mese). 

Se però Di Maio continua a voler far saltare il banco, ridarà forza all’ex amico Salvini. E avrà –come il Pd –colpe storiche non redimibili e mai perdonabili, perché consegnerà il Paese al peggiore centrodestra d’Europa.

DANIELA RANIERI 

Messaggio ai militanti: sono come voi, non so fare politica 

Chissà perché Di Maio ha sabotato la chiusura dell’accordo di governo aggiungendo ulteriori condizioni, tra le quali, pare, la sua vicepremiership. 

Un endocrinologo direbbe che quando si hanno in circolo livelli alti di cortisolo è meglio non mettersi a comporre governi. La storia è questa: Di Maio era riuscito a imporre Conte; aveva proposto 10 punti ragionevoli, contro i 5 vaghissimi del Pd; aveva relegato Salvini alla psichiatria politica. 

Poi se ne esce: non più 10, ma 20 punti (perché non 88? Chissà se segue la progressione geometrica o la successione di Fibonacci), tra cui il no alla patrimoniale (che non si pensi che diventiamo di sinistra per osmosi col Pd!); e no alla modifica dei decreti sicurezza (Salvini ha fatto anche cose buone). 

Forse sta giocando con le caselle del governo per farsi un sondaggio gratis e/o tenersi aperta una porta sul voto; forse vuole dare un segnale agli utenti di Rousseau, come a dire: sono ancora uno di voi, non mi piego ai giochi di palazzo. 

Il risultato, temiamo, è stato dare un’immagine poco solida di sé, come a dire: sono ancora uno di voi, non so fare politica

LUCIA ANNUNZIATA 

Sa che ora Conte è il leader e ha provato a parlare ai suoi 

Le dichiarazioni di Di Maio non erano un messaggio al Pd, ma ai suoi. L’ho lette come un tentativo di contare di più, di rivendicare un peso che non ha più. 

Mi ha colpito il tono di voce insicuro, in un discorso peraltro molto irrituale: di solito si va lì quasi con parole standard, invece lui ha personalizzato molto il messaggio, denotando fragilità. Ritengo che Di Maio sia molto abile, ma questa volta ha sbattuto contro un muro. 

E il muro sono proprio i 5 Stelle, perché è con i 5 Stelle che è rimasto fregato. Di Maio ha preso atto che Conte è il nuovo leader del Movimento. Da quando è partita l’operazione politica interna per rendere Conte il capo dei 5 Stelle, era preventivata la fine di Di Maio. 

Di questo si è reso conto, tanto che sa benissimo che se si fosse andati a elezioni anticipate sarebbe stato l’avvocato il candidato premier del Movimento e non lui. 

Per questo ha reagito in maniera scomposta, perché ha capito che comunque, nel nuovo governo, non potrà avere la centralità, anche nelle cariche, che aveva prima.

NADIA URBINATI 

La strategia è pessima, a meno che non voglia tornare a votare 

N on è semplice capire cosa abbia in testa Di Maio in questa fase, ma di sicuro quello mostrato ultimamente è un pessimo atteggiamento, una strategia perdente in un momento di trattative delicate. 

I 10 punti sono diventati 20, che significa? Che si ricomincia daccapo la discussione? E poi insistere così tanto su di sé significa forse che non vuole fino in fondo che la trattativa vada in porto. 

Il compromesso è base fondamentale di un governo di coalizione, bisogna dire qualche No e fare delle rinunce, come anche non si può pretendere tutto. Vuole andare a elezioni anticipate? Probabile, a questo punto, magari raccontando agli elettori di averci provato, puntando sull’acquisire consensi per merito del muso duro nei confronti del Pd. 

Chi, come me, guarda questa crisi da fuori ha però l’impressione che se queste sono le premesse il governo nasca già male: se nascerà dovrà essere efficace, altrimenti diventerà un boomerang che favorirà Salvini. Ma se si inizia già ad avere la stessa litigiosità che avevano i gialloverdi, che senso ha?

MONI OVADIA 

Non è una gara di celodurismo. Ha ottenuto tanto, si accontenti 

Mi sembra una gara di “celodurismo”, per usare un termine tanto caro ai leghisti. Ritengo che Di Maio abbia usato quei toni duri soprattutto per mandare un segnale ai propri militanti, come a dire: “Non ci stiamo svendendo, siamo noi a dettare le condizioni”. 

Credo e mi auguro che non sia abbastanza per far saltare il banco, ma che sia soltanto una pantomima buona al massimo per ottenere qualcosa in più: se fallissero le trattative sarebbe una batosta per i 5 Stelle. 

Così invece, anche in vista di un eventuale voto sulla piattaforma Rousseau, il Movimento si presenterebbe agli eletti rivendicando non solo Conte premier, ma anche aver resistito su Di Maio. 

Se dovessi però dare un consiglio al capo politico dei 5 Stelle, gli direi di lasciar perdere: ha già ottenuto molto e adesso non ha senso muovere rivendicazioni personalistiche quando si ha la possibilità di formare un governo e salvare il Paese da un governo a trazione leghista.

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