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Luciano Odorisio, Politica

Imane Fadil, la bambina che sognava la favola e trovò il Bunga Bunga

Stralcio di un articolo di Luca Sommi per Il FQ, 18-3-19

“(…) 

E nel libro che ha scritto, Ho incontrato il diavolo–ancora senza editore, e la cui bozza è stata sequestrata dai pm nell’ambito delle indagini sulla sua morte – la forza e l’orgoglio di questa giovane donna affiora nettamente in ogni suo passaggio. 

Tra una riflessione religiosa e mistica e il racconto dei fatti a casa di Silvio Berlusconi, il libro è tutto incentrato sulla ricerca interiore, sulla spiritualità, sul desiderio di lei bambina di avvicinarsi alla bellezza del mondo, di sognare in grande. 

LA SUA FAMIGLIA: il racconto inizia da qui, “tre maschi e due femmine”, e dal fatto che lei sia nata in Marocco, a Fès, nell’alba che sta a cavallo tra il giorno dei Santi e quello dei morti.

Il padre svolgeva l’attività di assistente medico e infermieristico, la madre aveva due saloni di bellezza e faceva anche la sarta. 

Ma un giorno decisero di partire, e fu proprio la madre a decidere per tutti: voleva un altrove diverso per i propri figli, forse migliore o chissà.

Prima la Francia, poi l’Italia: prima Pavia poi Bergamo. 

Imane era alle elementari, la più giovane dei fratelli. 

L’ultima, che spesso è troppo distante d’età con gli altri: una cosa che lei ricorda con lucidità nel libro, una distanza che non era solo anagrafica ma a volte d’intenti. 

Infatti fu a soli dodici anni che iniziò, come raccontava lei, a “vedere” cose che gli altri non vedevano, presenze strane. 

UN GIORNO era in camera, la finestra era spalancata e la televisione accesa. 

Guardando le tende che davano sul giardino vide una sagoma sinistra, un’ombra mastodontica, oltre i due metri, come se avesse delle strane corna in testa.

Non lo raccontò a nessuno – i fratelli l’avrebbero presa in giro, nella migliore delle ipotesi – ma quella visione apparve altre volte nella sua vita. 

Questo Imane lo raccontò anche a noi, disse di aver visto questa sagoma anche a casa di Berlusconi, disse che era il Male, una sorta di Lucifero

Ma non lo raccontò con la suggestione della visionaria, anzi tentò di mettere razionalità in ciò che diceva. 

Come se, quando intorno a lei si configurava qualcosa “di male”, era la sua sensibilità particolare a portarla a dare figura a ciò che percepiva soltanto. 

Per questo raccontò senza paura di essere presa per pazza, perché era forse una sua costruzione retorica, forse un indizio di paura. 

Insomma, non parlò mai di avere le visioni come le intendiamo noi: raccontava invece di trascendenza, tradizioni nordafricane – con tutta la carica emotiva del caso –e diceva addirittura di discendere da un santo.

Per questo le vicende raccontate su Arcore rimasero sempre molto concrete, dettagliate. 

NEL LIBRO che ha scritto spesso parlava di sacralità di ogni essere umano, e su questo chiedeva rispetto: voleva essere rispettata innanzitutto come donna, e non avere un’etichetta che il conformismo le aveva appiccicato addosso. 

Infatti prima di parlare di tutto ciò che vide durante il Bunga Bunga passò tra noi molto tempo, come se il riserbo dettato dal rispetto altrui avesse la meglio sul “dovere di cronaca”. 

Tutto ciò che raccontò lo fece per legittima difesa, e leggendo il libro lo si capiva bene. 

Lei, il fatto che non volle partecipare a quelle serate con un ruolo attivo, lo ribadisce continuamente tra la pagine che corrono di quel racconto: quando si riferisce a Berlusconi dice il Presidente Berlusconi, così come Lele Mora diventa il Signor Mora

Anche se la narrazione delle nottate nel libro è sempre farcita di disagio e incredulità, certe cose, certe attenzioni, non vengono mai meno. 

Quando Berlusconi capì del suo disappunto nel vedere “quelle cose” –raccontava lei – volle accompagnarla personalmente a visitare la casa. 

E lei? 

Per non palesare la sua contrarietà gli rispose dicendo “sì”. 

Visitarono la casa, lui le chiese cosa volesse fare in televisione. Poi tutto il resto che sappiamo: le ragazze nude, i balli, le proposte “indecenti”, come disse lei. 

E il desiderio di venirne fuori in fretta, di dimenticare quanto una ragazza di 25 anni potesse essere rovinata solo per aver inseguito un sogno, la televisione, anche senza essere scesa a compromessi. 

NON È SOLO IL SOGNO della televisione a essersi ora spezzato, ma anche quello di una vita normale, serena, quella alla quale una donna di 34 anni aveva il diritto ad ambire. 

Lei, bambina, che sognava in grande. 

Lei, 34enne, finita a vivere alla periferia di Milano, tra la tangenziale e il Parco della droga a Rogoredo. In mezzo a campagne, topi e immigrati. 

Può capitare anche questo, a chi un tempo frequentava la villa di Arcore. 

Destini opposti per due ragazze, entrambe marocchine: lo era Imane, lo è Ruby. 

Due ragazze col desiderio di una vita diversa da quella della loro infanzia. 

Per Imane, tutto è finito in un letto di ospedale, alla Clinica Humanitas di Rozzano, in circostanze tanto drammatiche quanto misteriose. 

Sulle quali, ora, solo gli inquirenti potranno fare luce.”

Consiglio di leggere il bellissimo articolo di Fulvio Abbate, cliccare sulla foto.

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