Luciano Odorisio, Politica

“Il Pd si liberi dalle incrostazioni di potere, o Conte cadrà subito”

Editoriale di Lorenzo Giarelli per Il FQ, 8-9-19

“Se il Pd non si libera da alcune logiche di potere questo governo farà la fine dei gialloverdi”. 

Cioè imploso dopo poco più di un anno, vittima dei contrasti quotidiani e di differenze identitarie non più trascurabili tra gli alleati. 

Alberto Vannucci, docente di Scienze Politiche all’Università di Pisa, mette così in allarme i giallorossi: neanche il tempo di ottenere la fiducia e qualcosa di troppo scricchiola già, tra Andrea Orlando che vuole rivedere la Spazzacorrotti, Paola De Micheli che annuncia il sì a Tav e Gronda e mette al sicuro le concessioni autostradali e il probabile ritorno nelle macchine ministeriali di alcuni decani del potere “tecnico ” come Salvo Nastasi e Roberto Garofoli. 

Professor Vannucci, il Pd parla come Lega? 

Se è vero che a livello programmatico e di base sociale c’è molto in comune tra Pd e 5 Stelle, la questione più rilevante riguarda la classe dirigente. Questo governo sta in piedi solo se il Pd, come mi auguro, si dimostrerà qualcosa di diverso da un sodalizio di potentati, ciascuno dei quali sembra essersi ormai ritagliato la sua nicchia di influenza. Se continuerà a rispondere a una spartizione semi-clientelare del potere allora c’è ben poco da essere ottimisti. 

Eppure il corso di Zingaretti nasce sul tema della discontinuità. 

Il Pd è legato a interessi che affondano le radici nella sua e in quella dei partiti che c’erano prima. Zingaretti può riportare i dem più a sinistra rispetto a Renzi, ma resta una continuità di fondo. Vuoi per gli anni al governo, vuoi soprattutto per i rapporti con gli enti sul territorio (cooperative, aziende o banche), questo è un partito che ha maturato interessi enormi con i privati, con cui da tempo ci sono interazioni proficue per entrambi. È chiaro che un occhio di riguardo per i grandi gruppi porta un ritorno non sempre tangibile. Di tutto questo il Pd è parte, con o senza Zingaretti. 

C’è il rapporto con autostrade, per esempio. 

La gestione bipartisan delle concessioni è stato inspiegabile, ci si chiede se esistano delle contropartite non dichiarate. Abbiamo visto clausole segrete, profitti miliardari al fronte di investimenti bassi. In questo Lega e Pd sono accomunate, mentre il Movimento non ha debiti da pagare e può permettersi attacchi aggressivi a chi gestisce le autostrade. 

Anche le grandi opere dividono già i giallorossi. 

La ministra De Micheli mi sembra in continuazione con la linea tenuta dal Pd in questi anni: fin dai tempi di Berlusconi non si è mai opposto alle grandi opere, magari parlando con un po’ più di cautela rispetto a Forza Italia. 

Nei ministeri sono già stati chiamati due tecnici di lungo corso come Salvo Nastasi e Roberto Garofoli. Segno del potere di cui parlava? 

Le vere leve di potere stanno lì, in questi personaggi che con le conoscenze negli uffici sanno condizionare le scelte al di là di ogni volontà politica e con logiche opache. 

Motivi per cui il governo potrebbe durare ben poco? 

Le incompatibilità tra gli alleati ci sono, per questo rischiano di entrare in una spirale autodistruttiva che replicherebbe lo spettacolo desolante degli ultimi mesi dei gialloverdi, che mi auguro di non rivedere. In realtà Pd e 5 Stelle possono imparare molto l’uno dall’altro. 

Cioè? 

Il Pd può approfittarne per spurgarsi da quelle incrostazioni di potere che l’hanno fatto allontanare dalla sua base. I 5 Stelle possono invece imparare da chi la macchina della politica la conosce. Ma soprattutto, il Movimento deve far tesoro dell’esperienza con la Lega. 

In che modo? 

Se si deve cedere su un punto, si deve ottenere qualcosa in cambio. Penso alle concessioni autostradali: se non sarà possibile revocarle, i 5 Stelle impongano per lo meno nuovi termini, maggiori controlli sugli investimenti, regole più severe sulla trasparenza. È quello che il Pd ha fatto sul taglio dei parlamentari: lo voterà, ma a patto che ci sia una

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