Luciano Odorisio, Politica

Il governo Conte: Cosa ha fatto e cosa non ha fatto in questo anno


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Cosa hanno fatto in questo anno e cosa non hanno fatto

di Lorenzo Giarelli per Il FQ, 21-8-19

Era iniziato il primo giugno 2018, è naufragato appena dopo Ferragosto di un anno dopo. 

Il contratto di governo ha tenuto fino a che ha potuto, nonostante le profonde divergenze che Lega e Movimento 5 Stelle non hanno mai negato. Più che i disaccordi, però, a pesare sulla rottura sono stati i sondaggi e le elezioni europee, che hanno ribaltato i consensi rispetto al marzo 2018, solleticando gli istinti di Matteo Salvini. 

Del governo Conte rimangono comunque norme molto controverse, vista la capacità di entrambe le forze politiche di polarizzare i consensi: dai porti chiusi di Salvini al Reddito di cittadinanza grillino, passando per norme di buon senso attese da tempo come il ricalcolo dei vitalizi per gli ex parlamentari. 

Superata solo in parte, almeno rispetto ai proclami, la legge Fornero: Quota 100 concede la pensione a chi ha 62 anni e 38 di contributi, ma la finestra dura fino al 2021 e non abolisce il provvedimento dell’ex ministra del governo Monti. 

Annacquata, anche per mancanza di tempo, pure la flat tax sbandierata da Salvini in campagna elettorale, trasformata in un regime forfettario per le partite Iva fino ai 65 mila euro di reddito annuo. 

La caduta del governo lascia però anche parecchi punti in sospeso, come la riforma della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede –che comunque ha fatto approvare lo Spazzacorrotti – o la procedura di revoca delle concessioni autostradale alla famiglia Benetton, ferma, a un anno dal crollo del Ponte Morandi a Genova, agli annunci del Movimento e a una lettera di intenti inviata dal ministero dei Trasporti ad Autostrade per l’Italia. 

Ecco allora una guida in sei punti dei 14 mesi gialloverdi, divisa per macro-argomenti.

LAVORO • POLITICHE SOCIALI 

Reddito di cittadinanza, i 5Stelle e la ricetta “contro la povertà”

Molte delle bandiere di Lega e 5Stelle stanno qua. A luglio 2018, dopo un mese di governo, il Cdm ha approvato il decreto Dignità: limite massimo di tre proroghe per i contratti a tempo determinato, causali obbligatorie dal secondo rinnovo, sgravi per chi assume under 35. Ma è a gennaio 2019 che arriva l’ok alle due misure più attese, ovvero il Reddito di cittadinanza e Quota 100. 

Il primo fa gridare i grillini all’abolizione della povertà, coi suoi 7 miliardi stanziati per integrare il reddito mensile fino a 780 euro a chi vive sotto la soglia di povertà. 

Le card con i soldi arrivano a maggio e l’Inps approva circa un milione di domande. Ora manca la parte più difficile: far funzionare i navigator e procurare offerte di lavoro a chi è nel sistema. 

Ad aprile 2019 parte anche Quota 100, la norma che consente a chi ha 62 anni e almeno 38 di contributi di andare in pensione fino al 2021. 

A oggi i beneficiari sono poco oltre 200 mila, meno di un terzo di quelli previsti dal governo.

INFRASTRUTTURE • GRANDI OPERE 

La battaglia decisiva del Tav e la grana Benetton-Autostrade

Sulle grandi opere il governo, almeno inizialmente, ha avuto un approccio laico, affidandosi ad analisi costi-benefici prodotte dai tecnici. 

Nonostante pareri spesso negativi, il ministero dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli ha comunque avallato una serie di infrastrutture nella speranza di ottenere dalla Lega, nel gioco dei pesi e contrappesi, il blocco del Tav Torino-Lione. 

Così non è andata: lo scorso luglio il premier Conte ha dichiarato che, nonostante l’opera resti inutile, costerebbe più fermarla che portarla a termine. Il sì alla Torino-Lione si è così unito, tra gli altri, a quelli al Tap e al Terzo Valico. 

Nel frattempo resta sospesa la questione autostrade: il crollo del Ponte Morandi (14 agosto 2018) ha aperto – almeno a parole e per mezzo di una lettera “di caducazione”inviata dal Mit ad Autostrade – la revoca delle concessioni autostradali in mano ad Atlantia (famiglia Benetton). 

Un anno dopo, però, siamo al punto di partenza. E le autostrade sono ancora in mano ai privati.

IMMIGRAZIONE • DECRETI SICUREZZA 

Stretta umanitaria e lotta totale alle Ong: l’ossessione di Salvini

“Sicurezza” è la parola chiave della propaganda di Salvini. 

Le due misure più nette sono i decreti Sicurezza (uno e bis). Il primo, ottobre 2018, abolisce la protezione umanitaria, amplia i reati per cui gli stranieri perdono il permesso di soggiorno, svuota il sistema di accoglienza comunale degli Sprar. 

Il secondo si concentra sulle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo: multe ai comandanti che forzano l’ingresso in Italia, sequestro delle navi, più poteri al Viminale per gestire gli arrivi. 

Emblematico il caso della nave Diciotti (Guardia Costiera), che nell’ago – sto 2018 viene tenuta in mare per settimane di fronte al porto di Catania con 177 migranti a bordo. Salvini finisce indagato per sequestro di persona, ma in Senato Lega e 5Stelle votano per salvare il Capitano dall’inchiesta: la Procura non può procedere con l’indagine. 

Ancora di mano leghista è la legge sulla legittima difesa, che allarga la possibilità di sparare a chi si trova “in pericolo di aggressione”, anche qualora il ladro o l’assalitore sia disarmato.

GIUSTIZIA • LA SPAZZACORROTTI 

Daspo, pene più severe e Trojan ma stop alla riforma dei processi

La caduta del governo lascia a metà il percorso delle riforme dei processi penali e civili volute dal Guardasigilli M5S, Alfonso Bonafede. Del dicembre 2018 è invece lo Spazzacorrotti, che introduce il daspo dalla Pubblica amministrazione per chi ha condanne per corruzione, sconti di pena per chi collabora, carcere senza pene alternative per i condannati per questo tipo di reati, l’introduzione dell’agente sotto copertura e di nuovi strumenti investigativi (come il Trojan nei cellulari) e regole più stringenti sui finanziamenti ai partiti e alle fondazioni politiche. 

La legge stabilisce anche che dal gennaio 2020 cambino le regole sulla prescrizione, i cui tempi si fermeranno dopo la sentenza di primo grado. I gialloverdi lasciano anche lo stop al bavaglio sulle intercettazioni ricevuto in eredità dal ministro Orlando (Pd) e il Codice Rosso: indagini più rapide e pene più severe per i reati di genere, come lo stalking e la violenza sessuale.

FISCO •NORME E TRIBUTI 

Flat tax, la rivoluzione mancata e la polemica sulla “manina”

La rivoluzione leghista della flat tax non c’è stata. 

Salvini l’aveva promessa nell’arco della legislatura, ma quel che resta è un ampliamento della soglia forfettaria al 15 per cento per i lavoratori autonomi con un reddito inferiore ai 65 mila euro all’anno. I beneficiari di questo regime tra gli autonomi salgono dunque dal 19 al 36 per cento nel 2019 rispetto a quanto già previsto dai governi precedenti. 

Dell’ottobre scorso è invece la polemica sulla celebre “manina”: nel decreto fiscale compaiono norme su un condono e su uno scudo fiscale per i capitali all’estero: 20 per cento – anziché 43 – su un imponibile fino a 500 mila euro, Iva sanabile al 20 per cento e scudo penale per i reati tributari. 

Di Maio accusa la Lega di aver inserito all’ultimo minuto queste norme nel decreto, alla fine il presidente Conte interviene e i condoni spariscono. 

Ma per il governo che aveva promesso “manette agli evasori” non è un bel segnale.

CASTA • SOLDI E POLTRONE 

Taglio dei vitalizi e la sfida aperta su quello dei parlamentari

Del 12 luglio 2018 è una delle prime novità gialloverdi: l’Ufficio di presidenza della Camera ricalcola i vitalizi degli ex deputati con il metodo contributivo. Il risparmio è di circa 40 milioni di euro l’anno, a cui si aggiungono i 16 ottenuti dallo stesso taglio approvato in Senato tre mesi più tardi. 

Ad aprile 2019 arriva anche l’accordo con le Regioni, che dovranno adottare il ricalcolo per i loro ex consiglieri che godono del vitalizio. L’altra grande battaglia dei 5Stelle è sulle poltrone. A febbraio di quest’anno inizia in aula l’iter della riforma costituzionale per tagliare il numero dei parlamentari. 

Da 630 deputati e 315 senatori si passerebbe a 400 e 200: 315 onorevoli in meno con annessi risparmi su collaboratori, staff, pensioni. 

Per approvare definitivamente la riforma serve un doppio passaggio in ognuna delle due Camere: in Senato ci siamo già, a Montecitorio mancherebbe l’ultimo voto, in programma per domani ma, a questo punto, tramontato. Favorevoli al taglio, almeno finora, erano stati anche FdI e FI.

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