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Cinema & Teatro, Luciano Odorisio

Emanuele Salce:”Luciano, mio padre”

a cura di Alessandro Ferrucci per Il FQ, 25-04-19

“E manuele Salce è memoria conquistata: quando gli animi si sono appianati, le caselle hanno trovato il loro ordine e il dolore, le incomprensioni, gli errori hanno conquistato un giusto perché, allora lui è diventato testimone diretto di un tempo glorioso, creativo e magico, con protagonisti suo padre Luciano e il suo secondo “genitore”, Vittorio Gassman. 

Così se del Vittorio nazionale si sa molto, mai troppo, con il Salce regista, attore, conduttore, autore di canzoni e scrittore il tempo non è stato clemente, tantomeno rispettoso. 

Eppure “non ha niente da invidiare alla cinematografia di Monicelli, Steno o Risi”, sostiene il figlio. 

Da poco la casa editrice Volume ha riscoperto l’unico libro scritto nei primissimi anni Ottanta da Luciano Salce, Cattivi soggetti, ed Emanuele è la voce narrante dell’audiolibro. 

A suo tempo seguiva suo padre nelle presentazioni? 

Due o tre volte, ma non vivevo anni di serenità verso di lui, ammesso che lo sia mai stato. Mai… In quel periodo tentavamo di creare un rapporto, ma non c’è stato il tempo: dopo l’ictus del 1983 si è chiuso in se stesso, e non sapendo quanto gli restava da vivere, è tornato alle sue antiche abitudini, più rassicuranti.

Però aveva tentato… 

Chiedeva aiuto a mia madre: ‘Spiegami come si parla con i bambini, insegnami’. 

Ignaro. 

Gli mancavano le basi: orfano di madre, rifiutato dal padre e piazzato in collegio, poi un incidente d’ auto gli ha storto la mandibola, infine prigioniero di guerra. Diciamo che la vita non era stata tenera. 

L’affascinava? 

Al massimo mi divertiva, oggi il fascino arriva dalla progressiva comprensione di chi era. Non è nel pantheon dei grandissimi riconosciuti. Questione di carattere e di educazione: non sapeva vendersi, non era neanche disposto a imparare, non gli interessava, viveva di sottrazione, preferiva il profilo basso senza prendersi sul serio; non è mai stato prevaricante come Vittorio (Gassman). 

Gli dispiaceva? 

A quel tempo le critiche erano spesso feroci; per fortuna non se la prendeva troppo, sdrammatizzava: uno come lui, prigioniero dei tedeschi per due anni, capiva certe priorità.

Parlava della prigionia? 

Mai e con nessuno. Aspetti (si alza, cambia stanza, torna e mostra il diario di suo padre). Annotava mese e anno con locandine e recensioni, e in questa pagina c’è la sintesi della prigionia (Solo una scritta: ‘1943-1945: 2 anni difficili’). 

Ungarettiano.

Non credo sia stato neanche semplice perdere la donna amata, mia madre, a causa di un amico (Diletta D’Andrea, mamma di Emanuele, e Vittorio Gassman esplicitano la loro storia nel 1968)

Viaggi con lui? 

Ogni tanto in crociera, gli offrivano la cabina in cambio di qualche fregnaccia con gli altri ospiti, solo che a me non importava: volevo differenti tipi di attenzioni; ma il peggio era quando mi costringeva alla barca a vela. 

Scene fantozziane? 

Il suo piacere era navigare, stappare un prosecco, versarlo nel bicchiere con ghiaccio e vivere le onde; non portavo nessun amico “altrimenti la sfasciate”, quindi passavo la giornata sottocoperta con un marinaio ischitano: giocavamo a scopetta. 

Vinceva? 

Mai, neanche per sbaglio. Io volevo solo poter giocare a pallone. 

Gli amici di suo padre. 

Conosceva tutti anche per la popolarità data dalla tv, ma gli affetti erano pochi. 

Villaggio? 

Sì, ma senza esagerare: Paolo era un tipo incostante e imprendibile, poi ha passato tanti suoi casini. 

L’attraeva questo mondo? 

Tra il rapporto pessimo con Vittorio e l’assenza di mio padre, avevo deciso che la realtà del cinema era merda; e poi non ne ero partecipe. 

Cioé? 

Non sono mai stato uno di quei figli coinvolti o esibiti, mi lasciavano in un’a ltra stanza con la tata. 

Ci ha lavorato molto… 

A un certo punto era diventato vivere o morire; non nascondo di aver attraversato anni difficili, avevo davanti dei modelli irraggiungibili e nessuno stimolo, perennemente in balia di me stesso e nell’incapacità di trovare un’identità. 

Sempre? 

Qualcosa è cambiato negli ultimi anni di Vittorio, quando le malattie fisiche hanno coinciso con la sua guarigione di uomo; quando si è ingrippata la macchina gassmaniana e ha scoperto di avere la prostata. meno fiato, e che la morte lo riguardava. 

Rivelazione . . . 

Ai 60 disse: ‘Non ne ho più 20’; e nel 1988, dopo vent’anni di guerra contro di me… 

Perché guerra? 

Secondo lui ero un ostacolo per il rapporto con mia madre; insomma, dopo vent’anni, viene da me, un incontro bello, e domanda scusa, ha sensi di colpa; li manifesta. 

Reazione? 

Perdonato subito, ne avevo bisogno, era un credito che dovevo riscuotere. Iniziai a consolarlo. 

Quando è morto suo padre le è stato vicino? 

Non era in grado, non sapeva abbracciare; poi il giorno del funerale si è trovato in una posizione assurda, da vera commedia all’italiana, con tutti che andavano a portare le condoglianze a mia madre. 

Gassman da parte? 

Quella volta sì, nonostante fosse uno dei più grandi oratori funebri; dopo di lui non osava mai parlare nessuno, ogni tanto solo Villaggio. 

Definizione di suo padre? 

Da figlio rispondo: una delle persone più simpatiche che non ho avuto modo di conoscere. E quanto lo avrei voluto. 

Le piace chiamarsi Salce? 

Oggi di più; nel mio piccolo ho dovuto lavorare sul nome.”

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