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Luciano Odorisio, Politica

E siamo alla farsa tipo Boris – Salvini:”Se mi chiama Di Maio, io mia ho rancore…”

di T. Rodano per Il FQ, 23-8-19

Alla fine si arriva al paradosso puro: “Credo che Di Maio abbia lavorato bene nell’interesse del Paese”. 

Èl’ultima parola di Matteo Salvini, subito dopo le consultazioni con il presidente della Repubblica. 

Mentre interpreta l’ennesimo episodio di una serie tv piuttosto imbarazzante, l’attore Salvini riesce a imitare la faccia di uno che ci crede davvero. In sala stampa, accompagnato dai capigruppo Molinari e Romeo, ci mette qualche minuto per arrivare al punto. 

Prima ripete le solite formule: “La strada maestra è quella che porta alle elezioni”, non vuole “giochini di palazzo” o la nascita di un governo “che avrebbe un solo collante, stare contro di me”. 

POI PERÒ viene al dunque: “Certo, se qualcuno mi dice che i No diventano Sì, miglioriamo la squadra, il programma, ci diamo un tempo e un obiettivo… Ho sempre detto che sono uomo concreto, non porto rancore, guardo avanti, mai indietro”. 

Ecco, Salvini non porta rancore: dopo aver fatto dimettere il premier del governo gialloverde, incontra il capo dello Stato e gli dice di essere pronto a rifare il governo gialloverde; a Mattarella ha chiesto di verificare se non ci siano le condizioni per riprendere il discorso che lui stesso ha appena deciso di interrompere. 

Sembra davvero l’interprete di una serie comica: una favolosa Borisdella politica italiana. 

Riassunto delle puntate precedenti: 

il 9 agosto il capo della Lega presenta una mozione di sfiducia al premier Conte e di fatto stacca la spina al governo di cui è ministro e vicepremier. Il motivo? Non ne può più dei suoi alleati –quindi di Di Maio – che “dicono solo no”. 

Quasi subito si pente, spaventato dall’ipotesi “inciucio” Pd-M5S, dalle reazioni sui social e dai sondaggi interni: quelli degli ultimi giorni – conferma un’autorevole fonte leghista – sono decisamente peggiorati. 

Così Salvini torna indietro. E lo fa con parole sempre più goffe: “Il mio telefono è sempre acceso”,“abbiamo fatto anche tante cose buone”,“voglio restare al Viminale finché il buon Dio lo vorrà”, “sono disposto a qualsiasi cosa pur di risparmiare agli italiani il ritorno di Renzi e Boschi”. 

SI ARRIVA al 20 agosto, il giorno delle comunicazioni di Conte: il discorso del premier è un lungo, ininterrotto atto d’accusa nei suoi confronti. Salvini, al suo fianco, incassa come un sacco da boxe, mentre si esibisce in espressioni comiche a favore di fotografi e telecamere. 

Quando arriva il suo momento di parlare, si dice molto offeso: “Non sapevo che il presidente del consiglio pensasse tutte queste cose di me, probabilmente aveva già un piano per accordarsi con il Pd”. Eppure, incredibilmente, poche ore dopo la Lega ritira la mozione di sfiducia, mentre Conte sta per andare al Quirinale a rassegnare le dimissioni. 

Ieri l’ultimo capolavoro: dopo aver incontrato Mattarella, Salvini conferma che le porte sono aperte, spalancate, per i suoi ex alleati di governo e arriva a lodare addirittura Di Maio. 

Quello degli insulti, quello che diceva no, adesso è uno che “ha lavorato bene nell’interesse del Paese”. 

Un po’ è strategia, un po’ “il Capitano” ci crede ancora: la trattativa tra Cinque Stelle e Pd è complicata, tra i grillini non mancano i pontieri nostalgici del governo del cambiamento. E poi formalmente il capo dello Stato non ha chiuso nessun “forno”, nemmeno quello di un clamoroso bis pentaleghista. 

Se l’Italia è Boris , ogni farsa è plausibile. Ma allora cosa dire dei protagonisti della recita?

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