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Luciano Odorisio, Politica

De Masi: Ora gl’intellettuali aiutino PD e M5S

di Domenico De Masi per Il FQ, 21-9-19

La Bibbia dice che due cose sono difficili da prevedere e una terza è addirittura impossibile: che rotta seguirà una nave nel mare; che percorso descriverà un uccello nel cielo; che fine farà un giovane nella vita. 

Prevedibilissima, invece, è stata la recente reazione degli intellettuali di sinistra all’avvento di questo nuovo governo. 

Dopo avere invocato per quindici mesi, come panacea, la caduta del primo governo Conte, dopo avere paventato come la peste il trionfo prefascista di Salvini in eventuali elezioni anticipate, ora che il famigerato governo è caduto e le nefaste elezioni sono evitate, i nostri intellettuali di sinistra, invece di reagire allo scampato pericolo con una corale soddisfazione, pompando entusiasmo e idee nell’asfittica neo-compagine governativa, gareggiano sulla stampa e nei talk show, con sadico compiacimento, per enumerarne le debolezze e preannunziarne lo schianto. 

Mai come oggi, invece, i politici al governo (quasi tutti culturalmente inadeguati ai macro-problemi che si trovano a governare) avrebbero bisogno del supporto di idee e di incoraggiamenti da parte di intellettuali organici non tanto ai partiti quanto alle loro basi sociali. 

Di continuo si sente paragonare, con sconfortata delusione, i politici attuali a quelli degli anni Cinquanta e Sessanta. Non è detto che un De Gasperi, un Togliatti, un Almirante di per sé fossero più intelligenti di un Franceschini, di un Bersani o di una Meloni. 

Il fatto è che dietro De Gasperi vi era tutta la Chiesa cattolica, dietro Togliatti vi era tutto il comunismo internazionale e, dietro ognuno di questi padri della patria, vi erano venti anni di fascismo, con tutta la loro pedagogica efferatezza. 

Oggi nessun politico saprebbe promuovere – come fece Togliatti – un settimanale del livello di Rinascita. Qual è, allo stato attuale, l’esperienza pratica e il bagaglio teorico di cui dispongono il PD e il Movimento 5 Stelle? 

Il PD è il prodotto di una lunga e incompleta evoluzione iniziata subito dopo la guerra. 

Togliatti traghettò il partito da un comunismo rivoluzionario a un comunismo dialogante; Berlinguer lo traghettò dal comunismo dialogante alla socialdemocrazia; D’Alema, Veltroni e soprattutto Renzi hanno cercato di traghettarlo dalla social – democrazia al neoliberismo. 

Sicché oggi la sinistra non è più uno scontro dialettico tra massimalisti e riformisti ma un guazzabuglio di idee di destra e di sinistra che si sovrappongono, si confondono e si elidono a vicenda. 

Il PD è un partito che ha nostalgia delle periferie ma raccoglie voti ai Parioli. Zingaretti lo vorrebbe riportare alla funzione storica di difensore degli svantaggiati ma Renzi lo ha inzeppato di parlamentari che, al dialogo con la Camusso, preferiscono quello con Marchionne. 

Se si leggono i tre recenti libri-manifesto –Piazza grandedi Nicola Zingaretti, Orizzonti selvaggidi Carlo Calenda, Un’altra strada di Matteo Renzi – ci si rende conto della voragine teorica scavata nel PD dal rifiuto delle ideologie, dal contagio dei media, dal ripudio sconsiderato del patrimonio politologico della sinistra e dall’attrazione acritica del neoliberismo tecnocratico. 

Allo stato attuale il PD è ridotto a rappresentare l’ala destra del secondo governo Conte anche se le sue lontanissime ascendenze marxiste gli conferiscono un’ingannatrice aura di sinistra, sempre più sbiadita. 

Un sano rapporto gramsciano con il migliore mondo intellettuale potrebbe restituire al PD la nobiltà delle radici, la chiarezza della missione e il coraggio dei colpi d’ala. 

E potrebbe insegnare agli intellettuali di sinistra (ammesso che esista – no) l’umiltà necessaria per decifrare il mondo e camminare accanto a chi lo deve gestire, in modo da irrobustirne la matrice ideologica. 

Il Movimento 5 Stelle, co-protagonista di questo governo, ha un posizionamento ideologico altrettanto disastrato, avendo percorso in dieci anni un tragitto reso vario e veloce proprio dall’assenza di un pensiero forte. 

Come dice la parola, si tratta di un “movimento” che, come tutti i movimenti, tende a farsi partito e, in questo farsi, rischia di autodistruggersi con una velocità pari a quella con cui si è costruito. Tutti i partiti sono nati come movimenti ma non tutti i movimenti sono risusciti a trasformarsi in partito. 

Per farlo, essi debbono attraversare una fase delicatissima in cui la guida carismatica che li ha creati è via via sostituita da una guida razionale. 

La fase ascendente e il rapido successo del Movimento, che in soli dieci anni è diventato il primo partito italiano, sono dovuti alle idee e alla leadership carismatica e irripetibile di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. 

Quando l’uno è morto e l’altro si è messo da parte, già il carisma non bastava più: occorreva una leadership basata sulla competenza e sull’organizzazione, supportata da un team di intellettuali capaci di elaborare il modello di società che si intendeva costruire e gli strumenti per costruirla. 

Forse Di Maio avrebbe potuto apprendere le qualità di leader del Movimento e, se si fosse dedicato esclusivamente, a organizzare il passaggio dei 5 Stelle dall’assetto movimentista alla struttura del partito, avrebbe potuto centrare l’obiettivo. 

Ma si è fatto sedurre dal potere di ben quattro cariche istituzionali durante il primo governo Conte e di ministro degli Esteri nel governo attuale. 

Mentre il PD ha Zingaretti dedicato prevalentemente all’organizzazione del partito, il Cinque Stelle ha un capo solo formale, costretto a girare il mondo per assolvere i suoi doveri ministeriali. 

Così il processo evolutivo del Movimento resta abbandonato a se stesso e rischia di dissolversi in un vuoto organizzativo e ideologico. Se così accadesse, la massa numerosa e crescente dei poveri, degli svantaggiati, degli sfruttati, dei disoccupati resterebbe afona, priva di un partito di riferimento e di una leadership. 

Meno che mai riuscirebbe a farsi “classe”. Dunque, il vero punto debole del secondo governo Conte consiste nella confusa fragilità del suo impianto ideologico. La minaccia maggiore per Renzi, il PD, Di Maio e i 5 Stelle sta proprio in quell’assenza di ideologia di cui essi incoscientemente si vantano. 

Il PD è un partito che si pensa e si esibisce come “sinistra” ma è costituito da un elettorato borghese, rappresentato da parlamentari portatori, in maggioranza, di una visione neoliberista. 

A sua volta il Movimento è costituito da un elettorato proletario, rappresentato però da parlamentari portatori, in maggioranza, di una visione nichilista per cui la dicotomia destra/sinistra sarebbe superata. 

Ora, dunque, sia per il PD che per il Movimento è arrivato il momento di valorizzare l’apporto degli intellettuali che possono aiutarli a fare i conti con la storia e la filosofia. 

L’obiettivo è pervenire a un unico modello di società coerente con la missione progressista di entrambi, prendendo atto che la distinzione tra destra e sinistra è superata solo nei cervelli incolti e inclini alla destra.

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