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Luciano Odorisio, Politica

Belpietro:”Quando Renzi minacciava di spezzare le gambe a…”

Editoriale di Maurizio Belpietro, incazzato abbestia…si può condividere o meno, ma da non perdere

“Ieri mattina, al teatro Brancaccio di Roma, una mesta pattuglia di giornalisti e curiosi capitanata da Mario Calabresi ha manifestato per la libertà di stampa.

Preoccupati per gli insulti di un signore che neppure siede in Parlamento (Alessandro Di Battista) e non del calo di copie vendute dei giornali per cui lavorano, i cronisti si sono pianti addosso per quello che a loro dire è l’ ennesimo attacco contro l’ informazione libera.

Il popolo riunito alla domenica mattina è lo stesso che negli anni ha indossato le magliette viola contro Silvio Berlusconi e si è appiccicato sulla bocca un post it giallo, simbolo di tutte le censure.

E tuttavia, chi abbia in mente le manifestazioni in piazza del 2009 e del 2011 non può non rendersi immediatamente conto della differenza.

Allora, a protestare contro le cosiddette leggi bavaglio, erano in tanti, anche se le norme in realtà riguardavano la privacy e le intercettazioni e nulla avevano a che fare con la libertà di stampa.

Però alla chiamata alle armi rispondevano riempiendo le piazze di un antiberlusconismo che traboccava.

Era un popolo rumoroso, che per raggiungere lo scopo, ossia per dimostrare di essere vittima di un satrapo che intendeva trasformare il Paese in una repubblica delle banane, mobilitava tutti.

Attori, cantanti, scrittori, bambini: uniti nella lotta continua per tirar giù dal cavallo il Cavaliere.

Dagli editti bulgari allo slogan «Intercettateci tutti».

Il risultato è che dopo vent’anni di campagne per la libertà di stampa, il popolo chiamato a raccolta da Repubblica s’ e stufato.

Sarà perché si sono stufati i lettori del quotidiano-partito fondato da Eugenio Scalfari più di quarant’ anni fa.

Giorno dopo giorno, come evidenziano i bollettini che accertano la diffusione della stampa, sono infatti sempre meno quelli che ne acquistano una copia.

Ma forse sarà perché, finita l’era berlusconiana, a Repubblica in tema di libertà di stampa si sono un po’ distratti.

Già, perché mentre con la faccenda dell’ editto bulgaro, ossia dello sfogo in diretta da Bucarest contro Santoro, Biagi e Luttazzi per l’uso della tv pubblica nella campagna elettorale del 2001, il giornale diretto da Ezio Mauro ha campato per oltre un decennio, con l’editto di Scandicci invece non ha aperto bocca.

Eppure, che Matteo Renzi stesse facendo secchi tutti quelli che nelle televisioni e sui giornali gli davano fastidio era piuttosto evidente.

All’improvviso furono tolti dal video, o costretti a emigrare su altre televisioni meno viste di quella pagata dagli italiani, personaggi come Giovanni Floris, Massimo Giannini, Nicola Porro.

E che dire dei direttori fatti saltare come tappi di spumante, all’ improvviso?

Dov’erano quelli che ieri si sono riuniti al teatro Brancaccio quando il presidente del Consiglio in persona, non un ex deputato in vacanza in Sudamerica, minacciava al telefono il direttore del Giornale, promettendogli di spezzargli le gambe, mentre invitava il sottoscritto, sempre di persona e sempre per telefono, a non «rompergli i coglioni».

I colleghi oggi preoccupati per la libertà di stampa, quando Matteo Renzi, un premier che riceveva mensilmente il loro editore spifferandogli le prossime riforme bancarie, che cosa scrissero quando si seppe che il capo scorta del presidente del Consiglio aveva minacciato un giornalista del Corriere della Sera, colpevole solo di avere preso una stanza nell’ albergo in cui soggiornava il suo capo?

Ve lo dico io che cosa fecero: nulla. Non ci fu protesta, non ci fu manifestazione in piazza, ma neanche a teatro.

Eppure quello non era Di Battista e non si era limitato a un insulto.

Quello era l’ uomo più potente d’ Italia, che tappava la bocca ai giornalisti, li minacciava e poi organizzava alla Leopolda la campagna contro i titoli dei giornali.

Ma a Repubblica non si indignarono all’ epoca, perché ciò che faceva Renzi era ritenuto normale e democratico.

Da applausi.

Altro che resistenza civile invocata ora da Gustavo Zagrebelsky.

E allora, cari colleghi radunati al Brancaccio, cari eredi sperduti e smarriti di una tradizione di sinistra sessantottina ormai sulla via dell’ estinzione, non stupitevi se poi voi, lo stesso giorno in cui manifestate, pubblicate un sondaggio di Ilvo Diamanti che svela come i giornalisti abbiano poco credito presso gli italiani.

Secondo la ricerca, ad aver fiducia nella categoria è solo il 35% e vi consolate scrivendo che in passato era peggio.

In realtà la ricerca dimostra una sola cosa, ossia che lo slogan «Liberateci dalla stampa» non è la frase che pensano i politici oggi al governo, ma ciò che hanno in testa i lettori, i quali si stanno liberando sì dalla stampa, ma di una in particolare, preferendo lasciare Repubblica sul bancone dell’ edicolante.

Ps: invitare a parlare un giornalista turco per fingersi vittime del regime, dimostra che al ridicolo non c’è fine.

Ma si può paragonare Di Maio a Erdogan?

Maurizio Belpietro per la Verità

 

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