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Cinema & Teatro, Luciano Odorisio

Alberto Sordi si racconta

Stralci dell’autoritratto di Alberto Sordi, uscito sulla rivista “Fiera del Cinema”nel 1960 e ora riedito da “Bianco e nero”, il quadrimestrale del Centro sperimentale di cinematografia.

“Applicare un’etichetta a una persona è la maggiore soddisfazione di certa gente. L’etichetta che hanno applicato a me, e che viene usata spesso dai giornali, è quella di “Sordi, uomo parsimonioso”. 

Se la usassero in senso elogiativo, sarei d’accordo; invece no, mi “accusano”di parsimonia. Io rischio di non capire.

Una volta, avere il senso del risparmio, pensare al futuro, far fronte alle richieste del fisco, era, se non sbaglio, una virtù; oggi è diventata, chissà come, un difetto. 

O forse vogliono dire che è un difetto per un attore? 

Deve essere così. Secondo tale teoria, un attore dovrebbe ostentare il proprio benessere, e trascorrere le serate, nei night club, scolando bottiglie di whisky. In tal caso, sono lieto di tenermi i miei “difetti”: stare un’ora dentro un night club, mi fa venire il mal di testa. 

IL MOMENTO più felice della mia giornata è quello in cui posso mettermi in vestaglia e pantofole, e allungare i piedi sotto il tavolo, con un bicchiere di vino accanto. 

Di natura infatti, sono pantofolaio e casalingo. 

Vivo con due sorelle, che sono tutto per me: amiche e mogli e più che amiche e che mogli. 

Sono la discrezione in persona. Se ho voglia di scherzare, stanno allo scherzo, se capiscono che mi va di stare zitto, rispettano il mio silenzio. 

E poi ho alcuni amici con i quali mi incontro da anni, sempre al medesimo caffè; giochiamo a scopone, e chiacchieriamo, ma con molta parsimonia. 

Come romani, tendiamo a risparmiare le nostre energie, e uno apre bocca solo quando ha qualcosa di nuovo e di importante da dire: “Hai saputo?…”. 

Indubbiamente, c’è un fondo di timidezza alle radici del mio carattere. Un po’ come molti di coloro che, a causa delle loro umili condizioni sociali, hanno avuto poco e hanno desiderato molto. 

E un po’ come in tutti gli italiani, che vengono al mondo in Italia, e restano “impressionati” per tutta la vita dalle raccomandazioni della loro mamma: “Mettiti la maglia… stai attento alle guardie… sai quello chi è…”, e così via. 

Quante volte mi sono rimproverato di non aver saputo rispondere a tono, di essere rimasto lì come un babbeo, di aver mancato di prontezza e di spirito; ma, poi, ripensando alle mie origini, e alla mia educazione, all’ambiente in cui ero vissuto, ho capito che la colpa non era mia, che la mia mancanza di disinvoltura era soltanto la conseguenza di certe premesse. 

Oggi sono un po’ cambiato: sono più pronto, più disinvolto, è difficile che mi lasci prendere di contropiede. 

Ma ce n’è voluto per vincere la mia timidezza, e per acquistare una certa disinvoltura. 

Dapprima, come ho già detto, me ne stavo zitto, da parte, pago della mia posizione di subalterno: le poche volte che osavo dire la mia mi umiliavano, e quindi preferivo non espormi. 

Poi mi sono accorto che ispiravo una spontanea e immediata simpatia nelle persone che avvicinavo. 

E allora ho preso coraggio, mi sono scosso dal mio silenzio, e ho cominciato a intervenire, però, sbagliavo tempo, intervenivo sempre in ritardo e in modo goffo. 

Era quasi peggio di prima. Ricordate uno dei miei personaggi? Il tipo che interviene fuori tempo? È nato da questa esperienza. 

Poi è venuta la seconda fase: quella delle manate sulle spalle… 

Altro errore, la via giusta naturalmente sta nel mezzo, ed è quella che credo di avere finalmente imboccato. 

Se, per esempio, oggi mi capita di essere presentato a una persona importante, diciamo a un ministro, io non balbetto più e non intervengo fuori tempo, come avrei fatto una volta. 

Ma non gli batto nemmeno la mano sulla spalla, anche se per caso ho avuto l’occasione di conoscerlo in privato, da uomo a uomo. Un ministro, perbacco, è sempre un ministro!… 

MOLTI DEI MIEI personaggi nascono da mie esperienze personali di vita; comunque si tratta sempre di personaggi che io debbo sentire, vivere, contribuire a creare. 

Ciò non significa però che io e il Sordi dello schermo siamo la stessa persona; finito il lavoro, ritorno me stesso. E invece la gente si aspetta di ritrovare in me “l’americano ”, il “moralista ”, il “marito”, il buffone, e così via. 

Da qui una serie di reazioni, ora noiose ora divertenti. Di primo acchito, chi mi conosce rimane sconcertato: non mi ritrova. 

Le signore mi dicono: “Lo sa che lei è più bello nella vita?… E poi, strano…, lei è molto serio, anzi quasi triste, ed è pieno di ‘complessi’”. 

Infine, dopo un po’ che stiamo parlando, s’illuminano e battono le mani: “Ah, ecco, ritrovo la sua risata…”. 

E immancabilmente aggiungono: “Su, ci racconti qualcosa…”. 

Ci sono le volte che hai voglia di “raccontare qualcosa”(cioè di fare lo spiritoso), e quelle che non ti va per niente; eppure spesso ti tocca farlo. 

Così son diventato sospettosissimo. 

Se mi accorgo che qualcuno m’invita a casa sua, non tanto per amicizia, quanto perché si aspetta da me un contributo d’ilarità, non lo frequento più. 

Tutto questo per dire come nella vita di un attore ci siano degli aspetti desolanti; e come egli si senta talvolta immeschinito, dalla considerazione in cui la gente lo tiene. 

Una volta ne ho avuto un esempio bruciante. 

Ero allo stadio. Arriva Gregory Peck, e un giovanotto vicino a me si mette a urlare: “Ah Gregory…”. 

Il suo compagno lo tira per il braccio, ma lui continua a urlare, “Ah Gregory. .. ”. 

L’attore non sentiva, e quello urlava ancora più forte. Infine si voltò, e il giovanotto, cogliendo al volo il suo sguardo: “Ah Gregory”, gridò di nuovo tendendo verso di lui la mano destra e sfregando il pollice con l’indice, “ammazza la grana!…”.

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