Cinema & Teatro, L'Angolo di Raffaele

Storie romane: Nostra signora delle docce di Raffaele Abbate

Dopo il teatro Sistina credo che il miglior palcoscenico romano sia la linea tranviaria n. 5 quella che da Via G. Amendola (Stazione Termini) arriva fino a Piazza dei Gerani a Centocelle Il popolo romano vi si esibisce e la tecnica è quasi sempre quella del dialogo “telefonico” tanto caro ad Anna Magnani.

Ricordiamo tutti il monologo telefonico ispirato alla “Voix humaine” di Cocteau. E poi dicono che i romani sono incolti e non hanno memoria. E parlano, parlano tanto al cellulare! Dio quanto parlano e per giunta ad alta voce, forse convinti che lo sferragliare del tram copra la loro voce.

Ma il tram della linea n.5 che non si chiama desiderio, ma 9037 un bel numero a 4 cifre molto più dignitoso per un bestione di ferro, e non va all’incontrario, ma si ferma di frequente. Ed allora le voci rimbombano nel silenzio e poi se sei a meno di mezzo metro, senti tutto anche se non vorresti.
Oggi nel cartellone dello spettacolo mattutino un personaggio spicca tra tutti: Nostra signora delle docce.
La signora, sulla quarantina, in shirt nera merlettata, con reggiseno a vista e pinocchietto fucsia oversize forse a mimetizzare l’eccesso cellulitico, chiacchiera a lungo al cellulare con un sua amica.

Oggetto della conversazione: cosa ha fatto nello scorso week end e levacanze di Natale. Sul week end a Torvaianica, non ho ben capito a casa di chi, le notizie prevalenti sono state la notevole quantità di docce: una veloce il venerdì prima di partire, questa a casa sua, poi un’altra all’arrivo, forse il mezzo di trasporto non era climatizzato, un’altra la sera al ritorno a casa, l’altra la mattina prima di andare a prendere il sole a mare, l’altra dopo il mare, un’altra dopo pranzo… Mentre parla di tutte queste docce, intorno ai piedi della dama delle docce, si allarga una pozza d’acqua profumata alle vaniglia, ho creduto di aver una sorta di allucinazione visiva, invece dalla borsa della spesa gocciola una bottiglia di bagno schiuma vanigliato. Non si è persa d’animo, ha tappato il tappo, ha imprecato: “Mannaggia li pescetti” e ha continuato imperterrita la conversazione con la sua malcapitata corrispondente telefonica.

Ma la pazienza sempre viene premiata.

Ed infatti ecco il monologo cult, quello che resta impresso per anni nella memoria degli spettatori, come “Essere non essere” “L’inverno del nostro scontento” “E Bruto è uomo d’onore”.
La grande artista prende fiato e di diaframma sussurra, ma in modo che ascoltino tutti, anche perché il tram è fermo per un ingorgo a Porta Maggiore: “Sai che te dico, conto li giorni che mancano a Natale per il mi sogno, nun vedo l’ora che partimo io e mi marito, ce n’annamo giù a San Benedetto der Tronto, (ha una conoscenza approssimativa della geografia e dei punti cardinali- San Benedetto è a Nord di Roma) ciavemo na casetta de la bonanima de mi socera, possino ‘mmazzzalla. Semo state sempre en guera, ma quanno è ita a li alberi pizzuti, la casetta ar mare l’ha voluta lassà a quer cornuto de mi marito, che lo possino. E’ un sogno de casetta, te lo posso giurà sull’anima della bonanima” Intanto l’ingorgo si è sgorgato e il tram è ripartito.
Una scena che merita un applauso a scena aperta, con standing ovation.

Raffaele Abbate

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