Cinema & Teatro, L'Angolo di Raffaele

Una storia immaginata, ma possibile di Raffaele Abbate

Un capitolo  del mio romanzo La tana del salmone, una storia immaginata, ma possibile.

LA DOLCE VITA DI MARCELLO CORACE

Metà anni 50, Marcello frequenta una scuola privata dei Salesiani al centro di Roma, tutti pargoli delle famiglie bene e lui figlio di un barbiere è accettato a stento. Ma non ci fa caso.

La bottega del padre Francesco in Via delle Vergini, di fronte al teatro Quirino e ad appena centro metri da Montecitorio è frequentata da attori e dai personaggi della politica del tempo.

L’insegna in bronzo dorato con un elegante scritta in corsivo inglese “Francesco Barbiere Napoletano”, il cilindro bianco e rosso rotante all’americana, le sei poltrone in metallo con la seduta e lo schienale in cuoio rosso, la stufa per i pannicelli caldi, la manicure in camice corto, i cinque lavoranti e la madre Angela che troneggia dietro la cassa danno un tono prestigioso per l’epoca a quella che è una banale bottega da barbiere. Il padre è una figura di rilevo nel quartiere.

Dopo la scuola Marcello corre alla bottega, vorrebbe anche lui imparare il mestiere, ma il padre deciso: “mai con il rasoio e le forbici in mano, tu devi studiare” e lo rimanda a casa, a pochi passi, in fondo a vicolo del forno, giusto di fronte a Fontana di Trevi.

La colonna sonora della sua infanzia è quel continuo scrosciare della fontana. Ha un ricordo indelebile di quella casa e di quella terrazza ricoperta di un pergolato di edera.

Una notte allo scrosciare della fontana si aggiunge un vociare di persone ed aumenta la luminosità quasi a giorno. Marcello si sveglia, corre sulla terrazza, vuole capire cosa sta accadendo, la casa è deserta, si vede che anche i genitori sono scesi in strada, si veste in fretta e scende anche lui. Il vicolo è pieno di gente, una transenna impedisce l’accesso alla piazza, ma riesce a superarla e si avvicina alla fontana.

Una batteria di fari manda una luce intensa sulle statue, lungo il bordo della fontana una fila di poltroncine di tela tutte occupate, su di un alta impalcatura metallica una cinepresa.

Si leva una voce metallica e imperiosa:”Silenzio si gira”.
Qualche secondo, nella piazza cala il silenzio. La stessa voce: “Ciak, 125, prima” Si alza da una delle poltroncine una una statua di carne ed entra nella fontana. Una statua di carne con un lungo abito da sera nera con le spalle scoperte, i lunghi capelli biondi splendenti sotto la luce dei fari.

Cammina lentamente, il bordo dell’abito quasi le ostacola il cammino.
Giunge in fondo, sotto lo zampillo delle statue e muove le braccia in direzione di un uomo che la guarda dall’esterno della fontana e con voce acuta: “Marcello, Marcello, come here”

Marcello si sente chiamare, quella voce è come il richiamo di una sirena, come della storia di Ulisse e le sirene che ha letto su libro di lettura.
Si lancia dentro la fontana, verso quella sirena ed entra nel campo di azione della cinepresa.
Un urlo:”Fermate quel fottutissimo ragazzino”
E fu girata di nuovo quella scena.
Da allora nel quartiere Marcello fu conosciuto come il fottutissimo ragazzino di Federico Fellini e lui si innamorò del cinema, non se perse nessuno , per rivivere la magia di quella notte.

Quel film non potette vederlo quando uscì, non aveva compiuto ancora sedici anni.

 

Raffaele Abbate

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