L'Angolo di Raffaele, Racconti degli Amici

Perché scrivo

di Raffaele Abbate 

Mi è stato chiesto: perché scrivi, per chi scrivi, per te stesso o per gli altri.

Belle domande, me le sono poste anche io, provo a dare una risposta.

E la devo prendere alla lontana, per forza.

Tutto è iniziato che avevo otto anni: pensavo e scrivevo “sceneggiature” per le messe in scena dei giochi con i soldatini.

A quel tempo, inizi anni 50, non c’era ancora la televisione e d’inverno perché soffrivo di tonsillite mica mi facevano uscire per giocare all’aperto ed allora il tavolone di marmo della cucina diventava l’universo dei soldatini e delle pastore del presepe (le si usava per i personaggi femminili).

Per giocare con mia sorella, mio fratello e gli altri saltuari compagni di giochi servivano storie ed io le inventavo.

Ma non solo le storie dei soldatini.

Mi divertivo a inventare finali alternativi alle favole tradizionali:così il lupo divorava Cappuccetto Rosso, Biancaneve non si risvegliava al bacio del Principe Azzurro.

Quando le raccontavo, c’erano le bambine che piangevano ed io mi divertivo. Dio come mi divertivo.

Anche con le storie dei soldatini mi divertivo, facevo vincere sempre i cattivi, cadevano le teste di parecchi soldatini, ma tanto dopo con la ceralacca si incollavano e così avevo un esercito di soldatini con i collarini ortopedici rossicci.

E poi quanto leggevo, non solo libri da bambini. La mia preferita era Hansel e Gretel con la strega che  finisce al forno

 

Negli scaffali alti della libreria in salotto c’erano tanti libri, molti mi erano vietati. Ma tante volte approfittando delle assenze materne mi arrampicavo sulle spalliere delle poltrone e arrivavo ai ripiani alti e così, cito alla rinfusa: Guido da Verona, Gide , Boccaccio Edgar Allan Poe.

Poi nascosto tra i libri ferroviari di papà scoprii un libro con la copertina grigia che suscitò la mia curiosità: Manuale di Ostetricia, risaliva al periodo della guerra quando mammà provò a fare il corso di infermiera-levatrice.

Molto di ciò che lessi mi fu incomprensibile, ma qualcosa capii di come fossero fatte le bambine e per questo mi sentii importante e grande. Provai a fare lezione ai miei compagni, incomprensibili furono le trombe di falloppio, anche se c’era un’ illustrazione.

La passione di inventare storie mi è rimasta, alle medie e alle superiori. Nei compiti in classe, di argomento letterario, facevo spesso una rilettura e riscrittura delle opere dei vari autori.

Con risultati spesso sconcertanti.

La passione mi è rimasta anche quando ho iniziato a lavorare all’INPS un ambiente per nulla letterario.

Ho continuato a scrivere cose professionali, molto pallose, ma anche cazzeggi assortiti destinati alla lettura durante incontri conviviali.

E piacevano, almeno a dire da parte dei malcapitati commensali.

A maggio del 2003 la pensione e di nuovo sono proprietario del mio tempo. Una parte di quel tempo libero l’ho dedicato alla scrittura. Sono venuti fuori i 4 libri che ho già pubblicato ed ora sta per uscire il numero 5

Per chi scrivo?

La risposta è ovvia: scrivo in primo luogo per me stesso, per il mio piacere, per la mia vanità, per il gusto, quasi demiurgico, di creare universi-persone, ma anche per i miei lettori.

Senza lettori il mio piacere sarebbe onanistico, solitario.

E poi vuoi mettere il piacere di firmare dediche sulla prima pagina di un mio libro
Sulla domanda su chi mi abbia ispirato ho sempre dato risposte generiche, spaziando su tutti i libri che ho letto da quando ho imparato a leggere.

La maggior curiosità era sempre: “come ti viene l’eccesso di teste tagliate e di sangue nei tuoi racconti”

E’ arrivato il tempo di fare mente locale e capire l’origine di tutto questo. Allora viaggio indietro nel tempo con la Delorean della mia fantasia, forse sarà l’età, ho un ottima memoria remota.

Feste di Natale del 1960, vado con papà a Napoli, prima un passaggio a San Gregorio Armeno per il rinnovo di alcuni pastori del presepe, poi passeggiata per via Roma (allora Toledo si chiamava ancora così), una visita da Pintauro per due sfogliate ricce ed infine visita alla Libreria Internazionale Treves allora ancora in via Roma, quasi di fronte alla Galleria.

Per Natale Papà mi regalava sempre un libro a mia scelta. E quella volta scelsi “25 racconti del terrore vietati alla TV” era in bella mostra in vetrina, un libro di oltre 400 pagine, non rammento quanto pagò papà, ma rammento perfettamente la faccia quando si avvicinò alla cassa e gli dissero il prezzo , ma pagò senza discutere.

Papà era un signore e manteneva sempre le promesse.

Devo ringraziare la mia memoria, ma anche internet che mi ha permesso di ricostruire il tutto: la copertina e la lista dei racconti.

Molti li ricordo ancora, peccato che il libro sia andato smarrito , forse prestato e mai restituito. Sicuramente ho tratto ispirazione da quei racconti.

Raffaele Abbate

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