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Le fave con le rughe e un possibile sequel di Raffaele Abbate

Le fave rugose e un  possibile sequel

di Raffaele Abbate

La casa di riposo Maria Santissima Ausiliatrice è allo sprofondo, in mezzo alla campagna marchigiana,su una collina brulla, alla fine di una lunga salita.

È un massiccia costruzione in tufo, con piccole finestre, un vecchio convento, un misto tra il castello e la masseria.

Il cancello di ingresso automatico si schiude lentamente non appena l’auto di Mario Benzi, l’ispettore dell’Azienda Sanitaria ha girato l’ultimo tornantino, si vede che è atteso.

“Meglio così -mormora tra se- così non perderò tempo nei preliminari. Anche se sono stati avvertiti non possono aver messo tutto in ordine. Mi basta trovare la più piccola irregolarità e faccio chiudere questa fottutissima casa di riposo. Tanto di vecchi ricoverati, per quello che mi risulta, ce ne sono pochi. Cosa ci vuole a spostarli in una residenza più in pianura. Ed una volta chiusa, l’ordine religioso proprietario dell’immobile, non farà tante storie a vendere. Così con un piccolo investimento il dottor Bellodi tirerà fuori un agriturismo con i controccazzi e a me prima darà una bella stecca”.

All’ispettore Benzi luccicano gli occhi al pensiero della sicura tangente. Sotto l’arco dell’ampio portone di ingresso aspetta Padre Ottone, l’anziano frate comboniano che gestisce la casa di riposo da anni.

E lo fa entrare senza dire una parola.

Iniziano il giro.

Benzi prende appunti: non c’è nulla in regola, dall’impianto elettrico a quello idraulico, dalle uscite di sicurezza alle condizioni igieniche delle cucine.

Dai registri risulta che gli ospiti ricoverati sono solo quattro: tre non sono autosufficienti.

E da quello che capisce Benzi di medicina ne avranno per poco.

Il quarto invece, a dire di padre Ottone, è un ottacinquenne in ottima salute, appassionato di motori: “ Bruno ora è nelle stalle, dove ha portato una sua vecchia auto e sta smanettando su di lei. Dopo che avremo pranzato, le voglio fare assaggiare un piatto della tradizione di questo territorio le fave rugose,

Poi da l’accompagno da Bruno,  è un tipo ombroso, ma è una brava persona. Se lo si disturba mentre gioca con il motore della sua vecchia Aurelia, reagisce male. Poi gli ho promesso che chiunque visitatore arriva deve parlare con lui”

Dopo una mezz’ora di saliscendi per le antiche scale, ritornano nell’ampio refettorio del convento, adattato a sala mensa della casa di riposo, per un solo ospite, l’incazzoso meccanico e quattro vecchi e silenziosi frati.

Il frate cuciniere serve la pietanza promessa , Benzi è curioso di assaggiarla, non ha mai sentito nominare le fave con le rughe e per farsi buono padre Ottone mostra interesse per la ricetta.

Il frate non perde l’occasione anche per prendere tempo, magari Bruno l’incazzoso meccanico si fa vedere in sala mensa, spiega la ricetta.

“Le fave ‘ngreccie (rugose) è uno dei piatti più rustici e poveri della tradizione marchigiana. La fava, che a maggio si consuma fresca, è fatta essiccare per prolungarne la conservazione. Dopo essere stata in ammollo per una notte, il nostro cuoco la  bolle in abbondante acquata: le  rughe  che compaiono dopo la cottura sul legume danno il nome alla pietanza. A questo punto le fave sono condite con un battuto di alici, capperi, olio e prezzemolo. Oggigiorno il piatto può essere considerato un contorno di rotonda sapidità, in passato costituiva il pasto principale dell’inverno, quando non c’era abbondanza né di carne, né di altri vegetali. Per  noi religiosi è un piatto quasi quotidiano

Benzi fa  onore alla pietanza  se ne serve un’abbondante porzione e l’accompagna con diversi bicchieri di un intenso Rosso del Conero.

Gli prende un profondo abbiocco, ma deve incontrare l’insolito ospite.

Il pranzo è finito ed il tavolo dell’ospite è vuoto ed allora padre Ottone si decide e si avvia verso le stalle, nell’angolo nord dell’ampio cortile, dietro un filare di nodosi ulivi.

La larga porta di legno delle stalle è socchiusa, Benzi a passo veloce, anche per vincere l’abbiocco, sopravanza il frate, ora è davvero curioso di conoscere il vecchio bizzoso.

Spinge la porta, al centro della stalla, su un cavalletto metallico, una vecchia Aurelia Sport targata Roma 329446.

Quella Aurelia e quella targa le sono familiari, ma non riesce a focalizzare il ricordo. Sul cofano aperto, girato di spalle, con in mano una lampada da meccanico, è curvo un uomo.

Si volta, è alto magro, i bruni capelli folti ricci sono appena ingrigiti sulle tempie, il naso aquilino da profilo di moneta romana, il mento sprezzante spinto verso l’alto.

Guarda Benzi dall’alto in basso e poi con voce stentorea :”Mi chiamo Bruno Cortona”

Benzi allora capisce: “Ma, ma, quel Bruno Cortona, quello del film il Sorpasso, ma allora è una persona reale, non è un personaggio di un film”

Un sorriso sprezzante: “Si sono proprio io! E nel film hanno voluto usare anche il mio vero nome. Cosa credevi che Risi, Sonego ed i loro amici sceneggiatori potessero inventare uno come me. Ho raccontato loro le mie avventure e disavventure. E le hanno anche ammorbidite, sai a quei tempi la censura era severa.

Caro amico so anche la ragione della tua visita, ti manda il mio caro nipote, il figlio di quella puttanella di mia figlia Lilly, il presunto figlio di Bibi il commenda.

Lo so bene che vuole comprare il convento per farne un agriturismo, qui siamo in una zona panoramica a pochi minuti dalla costa, è una zona invitante per i turisti russi con le tasche piene di rubli.

Ed allora sai cosa ti dico, fuori dai coglioni! Fin quando campo resto qui e dici a mio nipotino di stare calmo e buono e di fare meno il furbetto, conosco molti dei suoi segreti e non gli conviene se tiro fuori i suoi scheletri dagli armadi. Ah vuoi farti un giretto in macchina con me?”

Benzi lo guarda impaurito e scappa via di corsa senza voltarsi.

E’ il Sorpasso dopo 56 anni .

Quel film è stato l’inizio della fine

Preannuncia la milano da bere, il cialtronismo, il trionfo delle apparenze, la perdita di valori, la ragazzina che si mette con il commenda milanese.

Nel mondo di oggi Bruno Cortona ha vinto, la ragazzina di 16 anni che sposa il commenda ha vinto, mentre Roberto il bravo ragazzo crepa e non fa a tempo a rendersi conto che diventerà un fallito.

Osservazioni finali
In questo racconto ho provato a dare uno spiraglio di orgoglio a Bruno.

Anche se credo che il vero Bruno avrebbe chiesto di entrare in società con Bibi e magari provare ad essere eletto al parlamento.

E pensare che quando ho visto il film mi ero identificato con Roberto.

Poi con il tempo, quando ho perso le illusioni, ho provato a  essere Bruno Cortona, ma era troppo politically scorrect per le mie convinzioni dell’epoca. Poi man mano mi sono avvicinato alle sue logiche.

Alla fine della corsa mi sento un sopravvissuto.

Ho attraversato mezzo secolo di storia ed ora ci sto cominciando a capire qualcosa.

Ho capito che ci hanno tolto tutto in cambio di nulla. Abbiamo la tecnologia, abbiamo internet: cinquanta anni fa non potevamo “parlare” con il mondo così come facciamo ora con internet, ma siamo tanto sicuri che questo sia un bene. Non a caso ho usato il termine parlare, ma è un parlare senza suono, il linguaggio dei muti.

Raffaele Abbate

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